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Invecchiati bene #6 - I sette samurai

La rubrica che vi offre un occhio unico sui classici del cinema!

21Agosto2020

Sesto episodio per questa rubrica, secondo ad avere un sette nel titolo, primo a parlare di un film asiatico. L'anno è il 1954 e rappresenta per noi, un punto di arrivo: Invecchiati bene si fermerà, almeno per il momento, con questo numero, siamo giunti all'ultima tappa del nostro viaggio indietro nel tempo, e di che gran finale si tratta! Non rimarrete delusi.

Parliamo infatti oggi de I sette samurai, pilastro non solo del cinema giapponese, ma di una buona parte di tutta la narrativa cinematografica moderna, una delle opere che più profondamente ha influenzato l'evoluzione della settima arte e l'opera che più di ogni altra consegna alla storia il regista Akira Kurosawa. Un'opera senza tempo, universale, apprezzata in tutto il mondo: una grande storia epica, con lo stesso potere di risonanza dei poemi greci.

Giappone, anno 1586. Un gruppo di banditi, dalla cima di una collina, osserva minacciosamente un villaggio di contadini: stanno valutando se vale la pena di depredarlo, ma decidono di no, è troppo presto, meglio tornare quando i contadini avranno già raccolto le sementi, così da risparmiarsi un po' di lavoro. I banditi si allontanano mentre al villaggio i contadini, che si sono accorti dei loro piani, si piangono addosso, disperati, nulla possono fare contro quegli uomini malvagi e armati fino ai denti. Ma un anziano ha un'idea: arruolare dei ronin, guerrieri samurai rimasti senza padrone, affinché difendano il villaggio combattendo. Sette uomini rispondono all'appello, pur sapendo che la missione non porterà né denaro né fama, e, sotto la guida del saggio Kambei, iniziano l'organizzazione delle difese.

Una trama semplice, ma della quale si scorge subito il potere coinvolgente: un'ingiustizia alla quale far fronte, dei nobili guerrieri che, senza alcun tornaconto, si innalzano a difesa dei più deboli, i drammi di una civiltà contadina. Sono tutti temi-archetipo, è difficile pensare a delle pulsioni più antiche, più scarne di queste, ed ecco perché il film, a più di sessant'anni dalla sua realizzazione, ancora ci cattura e ci intrattiene. Vi si trovano i meccanismi più antichi dello storytelling, gli stessi meccanismi che intrattengono l'umanità da migliaia di anni, e che ne I sette samurai si avvicinano alla perfezione. Ma non fatevi ingannare dalla "pulizia" della trama, il mondo che vive dentro a questo film è pulsante e complesso: svariate sottotrame si aprono a dare spessore ai personaggi, a toccare un nuovo genere fino ad allora inatteso, ad arricchire la metafora che il regista propone al pubblico. D'altronde, la versione originale del film dura tre ore e ventisette minuti, e questo rende l'idea della possanza dell'opera.

Il film viene girato nel Giappone del dopoguerra, ad appena un anno dal termine dell'occupazione americana, e il popolo giapponese è alle prese con un'identità divisa tra le tradizioni e i fasti dell'antichità e l'occidentalizzazione imposta loro dalla nazione vincitrice. Fino al 1952 ogni sceneggiatura doveva essere sottoposta al giudizio americano per essere approvata e i film di samurai, rappresentanti un codice d'onore imperniato sull'obbedienza al padrone, venivano spesso impediti, accusati di trasmettere idee poco democratiche. Nel 1953 i registi sono di nuovo liberi di rappresentare le storie che preferiscono e Kurosawa attua un processo di sintesi: da un lato vuole riportare il film storico sui samurai al suo massimo potenziale artistico, celebrando i valori sui quali i suoi antenati avevano incentrato la loro vita, dall'altro cerca una vicinanza con alcune idee moderne, un discostarsi dalla tradizione più rigida, vuole mostrare al Giappone che un contatto tra due mondi apparentemente così diversi è in realtà possibile, così come è possibile, nel film, un contatto tra il mondo dei nobili samurai e quello dei poveri contadini. I sette guerrieri rappresentati quindi, pur essendo legati alle usanze della loro classe, sono in grado di superarle in virtù di quella che è, fondamentalmente, una pulsione umanista, la convinzione che, se ne abbiamo il potere, sia giusto fare del bene per gli altri, non importa quanto questi siano infidi e canaglie. Abbiamo quindi un motivo, se vogliamo, democratico, inserito in un film in costume che parla comunque del bushido, la via del guerriero che regolava ogni aspetto della vita del samurai.

Da un punto di vista registico nominiamo solo alcuni degli aspetti più interessanti dell'opera: innanzitutto ogni inquadratura è realizzata seguendo precise geometrie, le zone di ombra e luce dialogano tra loro e l'aspetto compositivo è fortissimo, potreste prendere bene o male qualsiasi fotogramma di questo film e appenderlo al muro per farci un quadro. Abbiamo poi le folle, grandi protagoniste dei film di Kurosawa, che il regista usa per ottenere un effetto ben preciso: gruppi di dieci, venti o cinquanta persone si muovono attraverso lo schermo in continuazione, in coreografie studiate, riempiendo, rendendo viva la scena e, soprattutto, esasperandone le emozioni. Vedere trenta persone spaventate o eccitate ha un impatto diverso dal vederne una sola, così il regista usa le folle per colmare la scena con una certa temperatura emotiva, ottenendo un risultato che raramente viene eguagliato nel cinema contemporaneo. Abbiamo poi sequenze d'azione pioneristiche per l'epoca, e una recitazione davvero brillante grazie anche agli sforzi a cui Kurosawa sottoponeva i suoi attori, facendoli lavorare tra il fango e la pioggia così che davvero sentissero la fatica dei loro personaggi.

Poniamo ancora una volta l'accento, poi, sull'enorme influenza che I sette samurai continua ad avere anche oggi sull'industria del cinema: è qui che si è vista per la prima volta, ad esempio, l'introduzione dell'eroe attraverso una sotto-trama scollegata alla trama principale. Pensate a Indiana Jones che, a inizio film, viene visto scappare da un masso gigante inseguito da una tribù inferocita, poi la scena stacca e siamo in un tranquillo ufficio universitario, dove la vera missione verrà presentata al protagonista: la prima scena non ha rilevanza ai fini della narrazione, ma serve a farci conoscere, con poche inquadrature, il nostro personaggio. Stessa cosa succede con Sherlock Holmes o Hercule Poirot, che risolvono sempre con facilità un caso "introduttivo" prima di impegnarsi nell'indagine principale, o con Merry e Pipino, che conosciamo per la prima volta mentre combinano una marachella del tutto scollegata al resto della trama ma che ci fa subito capire con chi abbiamo a che fare. Ecco, tutto questo nasce da I sette samurai, dove Kambei viene introdotto mentre, pur di salvare un bambino tenuto in ostaggio da un ladro, si taglia il codino da samurai per poter fingersi un prete. Capiamo subito che abbiamo a che fare con un uomo che, pur di aiutare il prossimo, rinuncia senza esitazione al più grande simbolo del suo onore. Pensiamo poi a tutte le sequenze di reclutamento che vediamo nei film d'azione, da Ocean's eleven a Smetto quando voglio ai film di supereroi, anche queste trovano tutte origine nel reclutamento dei sette samurai ingaggiati per difendere il villaggio. Per non parlare poi dei film che, da Django Unchained a Matrix a Mad Max: fury road citano quasi letteralmente alcune scene, replicandole inquadratura per inquadratura.

Ma d'altra parte, come per secoli la letteratura ha continuato a citare Omero e le tragedie greche, e inevitabile, io credo, che il cinema continui a citare I sette samurai, è questo il destino delle grandi opere epiche.

Eccoci giunti, quindi, al termine del nostro piccolo viaggio. Spero di avervi fatto scoprire qualcosa di bello, magari di aver insinuato un interesse verso opere passate, desuete, a volte persino dimenticate, ma che possono sorprenderci e farci sussultare come tesori ritrovati in giardino, o in una vecchia soffitta. Quindi, nell'attesa di rivederci con nuovi articoli e nuove rubriche vi auguro di divertirvi in questa ultima parte di estate, di guardare tanti film, di lavorare poco e, soprattutto e sempre, di invecchiare bene.

 

 
 

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