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Invecchiati bene #5 - Il settimo sigillo

La rubrica che vi offre uno sguardo unico sui classici del cinema!

7Agosto2020

Onde spumeggianti nate da un mare nero si infrangono ai piedi di una spiaggia rocciosa mentre, all'orizzonte, tramonta un sole inquietantemente piccolo, lontanissimo, che sembra dare alla terra e agli uomini il suo ultimo addio. Pochi secondi e già un senso di angoscia mistica pervade lo schermo: due cavalli si chinano a bere acqua marina, noncuranti del paesaggio apocalittico che li circonda o dei loro padroni svenuti sulla riva. Ogni cosa è pregna di profezie e simbolismi e così, quando uno sconosciuto vestito di nero si avvicina a noi è naturale che si presenti dicendo, laconico, "Io sono la morte".

Per questa quinta puntata ci spostiamo in Svezia, nel 1957. Il prolifico regista Ingmar Bergman, destinato a essere ricordato come uno dei grandi della storia del cinema, si trova davanti a una sfida: vuole a tutti i costi trasporre in film un pezzo teatrale scritto da lui stesso tre anni prima, ma i produttori, poco convinti, gli impongono di girare l'opera in non più di un mese. Per nostra fortuna, però, la fretta sembra mettere le ali al genio dell'autore che al termine di quei trenta giorni memorabili regala al mondo Il settimo sigillo, film di cui parleremo oggi.

Un cavaliere torna dalle crociate stanco e disilluso, spossato nella sua fede, credere diventa per lui sempre più faticoso eppure ne sente un disperato bisogno, ad accogliere lui e il suo scudiero la terra natia divorata dalla peste, un mondo sull'orlo dell'apocalisse, perfetto palcoscenico per il dilemma interiore del crociato. Ma, appena approdato, l'uomo viene raggiunto da una lugubre figura: è la morte, venuta per portarlo via. Spaventato dall'ignoto, desideroso di scoprire cosa lo aspetta nell'aldilà prima di intraprendere l'estremo viaggio il cavaliere sfida la morte agli scacchi, sperando così di guadagnare tempo e di rispondere alle domande che lo tormentano; scudiero e crociato cominciano così un mesto peregrinare attraverso un medioevo allegorico e cupo, popolato da saltimbanchi, fabbri, penitenti e mascalzoni, tutti alle prese con un unico dilemma: che senso ha la nostra esistenza di fronte all'apocalisse, di fronte alla prospettiva di un possibile nulla che ci attende dopo?

L'operazione che compie il regista è interessante: trasporta nell'ambientazione del 1300 angosce esistenziali proprie del ventesimo secolo (forse di ogni secolo), senza pretese di realismo storico ma consapevole della potenza che il suo discorso può assumere se sorretto dalle suggestioni, dai simboli e dalle atmosfere dell'epoca medievale. Una civiltà contadina messa faccia a faccia con un morbo atroce e terribile: il contesto perfetto per far riflettere sul grande timore che caratterizza, da sempre o quasi, la razza umana. L'idea è quella di una morte presente, serpeggiante, vicina a ciascuno e alla quale ciascuno deve prepararsi, non sono più solo i vecchi a vivere temendo la fine. E ogni personaggio reagisce a modo suo: lo scudiero con fredda e cinica ragione, il cavaliere con tormentata fede ("è davvero malvagio desiderare di cogliere Dio con i sensi? Perché si nasconde tra preghiere sussurrate e incomprensibili miracoli?"), i penitenti cercando di allontanare in ogni modo la sorte inevitabile, e sembra davvero che la condizione umana porti con sé una sconfitta già scritta. Solo una famiglia di giocolieri, umili e poverissimi, riesce a fuggire al tormento: essi allontanano la morte non pensandoci, dedicandosi genuinamente all'amore reciproco e alle bellezze quotidiane che scorgono nel mondo tutto intorno. È in loro che il cavaliere vedrà la salvezza.

Questo il primo motivo per cui Il settimo sigillo è invecchiato bene: parla di un tema universale, di un'inquietudine che non smetterà mai di accompagnare l'umanità. Gli affreschi raffiguranti le danze macabre continuano a inquietarci anche secoli dopo l'oscurità del medioevo. Ma il film è invecchiato bene anche nell'aspetto tecnico: il bianco e nero è netto, quasi violento, rende quadri le inquadrature, i ritmi sono veloci, soprattutto per un film di quegli anni, e i dialoghi, a volte, persino incalzanti. La telecamera zooma sui volti tremendamente umani degli attori spaventati, diventa parte di un gioco di nascondino tra lo sguardo del cavaliere e il volto della morte nella bellissima scena del confessionale. L'idea della partita a scacchi con la morte, poi, ha pervaso la nostra cultura, diventando praticamente un modo di dire.

C'è tanta sostanza in questo film, sotto ogni punto di vista. Il volto di Bengt Ekerot è insidioso e memorabile come la morte che rappresenta, non una figura saggia o necessaria ma un meschino attuatore del fato, che sembra trarre piacere dall'angoscia che porta. Eppure, questa figura potentissima e spietata viene sconfitta dalle piccole cose, dall'attenzione al presente che solo i saltimbanchi, pazzi ed emarginati, riescono a mettere in pratica. Perché (e quale messaggio migliore si può volere da un film) quel che Il settimo sigillo ci suggerisce è questo: solo chi vive di poesia e di risate scamperà al crudele destino che ha l'uomo nel mondo.

 
 

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