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Helplessness Blues

Fleet Foxes Live Report

Extragon, Bologna - 19 novembre 2011

21Novembre2011

Sono le 8 e mezzo e pare che i Fleet Foxes abbiano portato col loro arrivo la nebbia fittissima e freddissima di Seattle: oltre il parcheggio del locale, il nulla. Un’ alienante atmosfera di sogno invade così l’ Estragon di Bologna ed è forse questa la location perfetta per  la musica che ci sta per essere raccontata.
La voce delicata di Alani Diane (cantautrice e cantante americana, originaria dell’Oregon) apre la serata e, con tutta la sua sensualità, ci cala nel folklore delle foreste statunitensi. Alle sue spalle la proiezione di un paesaggio innevato preannuncia l’ arrivo della band finchè cala il buio.
Delle corde di contrabbasso risuonano allora nel silenzio: è luce. Sul palco ora sono presenti tutti e sei gli artisti: Robin Pecknold, chitarra acustica e voce, Skyler Skjelset, chitarra elettrica solista e cori, Nicholas Peterson, chitarra elettrica ritmica e cori, Casey Wescott, tastiere e cori, Joshua Tillman batteria, percussioni e cori, Morgan Henderson, basso.
Sono un’ orchestra a tutti  gli effetti: suonano “Myconos” “Your Protector” e “White winter hynmal” in un solo fiato, riscaldando finalmente l’ aria. La folla è entusiasta ma pacata.
E’ incredibile quanto i loro pezzi sfiorino la meraviglia: almeno tre chitarre in acustico suonano sempre assieme, il coro del pianista e il batterista accompagnano Robin, che invece usa la voce come un arpa perfettamente accordata. Pare di stare ad ascoltare il loro vinile, da quanto sono reali. Quello che probabilmente suscita più curiosità però è Nicholas che cambia strumento quasi ogni canzone, o spesso in una stessa canzone: suona il flauto traverso per addolcire i toni, un contrabbasso per abbassarli, poi la tromba per creare disturbo, una chitarra per potenziare l’ acustica, il tamburello per aiutare la batteria,  un violino, perché non è abbastanza tutto il resto.
Ogni strumento per i Fleet Foxes ha un ruolo, ha un senso per ogni sua scelta, è l’ espressione di una sensazione precisa ed è quindi usato con un ricercato metro di equilibrio; i cambi di scale e di ritmi, poi, le ripetizioni di strofe e parole, diventano del tutto naturali, quasi essenziali: è questa la maturità musicale che fin dagli esordi nel 2008, Phil Ek (produttore dell’ etichetta Sub Pop di Seattle) notò della band, quel talento che dopo il successo dell’ album “Fleet Foxes” gli ha permesso di pubblicare a inizio anno il loro secondo disco “Helplessness Blues”.
Il loro genere è allora folk rock, ma pare che la band non ami questa definizione: a loro dire, suonano.. Baroque harmonic pop, music from fantasy movie e le proiezioni dello sfondo pare aiutino a stimolare questo mood.
La loro musica è cioè una paesaggistica fantasia strumentale, invita a stendersi su una prato e rilassarsi, godersi il piacere di vivere lontano dalla città, dalla fretta, un po’ come nelle distese pianure del Nord America dove regna questo tipo di quiete. Ciò che sta sotto la loro musica quindi non è un tentativo di critica o denuncia come vorrebbero fare molte rock band,  non hanno alcuna ambizione: ciò che vogliono raccontare è la loro terra, il loro modo di vivere, e ci riescono con la stessa spontaneità, la stessa autenticità con cui Bob Dylan, dal quale loro stessi dichiarano di aver imparato, scriveva le sue canzoni. Non interessa colpire, ma dare qualcosa di loro stessi e chiunque sia appassionato di musica, non può non apprezzare tanta limpidezza, tanta onestà.
E’ sotto le ninna nanne alienanti dei Fleet foxes che è iniziato anche in Italia l’inverno, ma ,in fondo, non sembra poi così spiacevole.

 
 

Fleet Foxes Wiki Bio

Official site

 
 

    foto

  • Fleet Foxes @Extragon 2011 - Foto di Valeria Nanci
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