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Recensione de Le cose che abbiamo perso nel fuoco di Mariana Enriquez

3Settembre2022

Realismo più macabro che magico, storie nere, storie di horror sociale, queste sono le definizioni più appropriate in cui può essere inquadrata la raccolta di racconti di Mariana Enriquez Le cose che abbiamo perso nel fuoco (Marsilio, 2017, 208 pp.). Degna erede dei giorni nostri di Edgar Allan Poe e Howard Phillips Lovecraft, nei suoi racconti i personaggi sono immersi in situazioni ed ambientazioni che hanno come scenario la situazione reale dell’Argentina, trasfigurata in situazioni di horror e mistero, tra quartieri metropolitani o zone complanari della periferia. Mariana Enriquez è una scrittrice argentina, di Buenos Aires, classe 1974, finalista dell’International Booker Prizer 2021 con il romanzo La nostra parte di notte, sempre edito da Marsilio. Ne “Le cose che abbiamo perso nel fuoco”, il reale è descritto come quello dei giorni nostri mentre l’aura di mistero attraverso cui il lettore intravede un’argentina nera, sospesa, crudele, si intreccia con il tessuto sociale in cui vengono inserite le storie della scrittrice argentina che in un’intervista online ha affermato: “Non devo inventarmi Chtulhu (il famoso mostro al centro di un racconto di Lovecraft ndr.), mi basta un fiume avvelenato e dei poliziotti. Quello è il male adesso. L’orrore nella nostra realtà è vero, è intorno a noi”.

Le storie inserite in Le cose che abbiamo perso nel fuoco sono dodici. Alcuni dei temi più ricorrenti, sono storie di sparizioni, fantasmi, allucinazioni che riguardano figure femminili giovani o adulte, ingiustamente oppresse o condizionate da una realtà oscura, oppure di bambini maltrattati e spariti, a riprova dell’attenzione per la realtà trasfigurata in horror dalla Enriquez. Gli ultimi due racconti sono quelli più emblematici per messaggi ed atmosfere descritte. Sotto l’acqua nera inizia narrando degli eventi degni fatti di cronaca nera, l’uccisione da parte della polizia di due giovani di un quartiere degradato di una grande città e poi ritrovati nelle acque del fiume inquinatissimo che l’attraversa. La protagonista, indagatrice del caso dei due giovani, si inserisce nel quartiere alla scoperta delle sue mostruosità, reali ed immaginifiche. E poi c’è Le parole che abbiamo perso nel fuoco, che dà il titolo all’intera silloge, distopico e femminista. Le donne di una grande città iniziano a darsi fuoco per protestare contro le violenze subite. Ma attenzione: non lo fanno disperate nel silenzio delle loro stanze, perché decidono di accendersi in dei roghi che assumono le fattezze di cerimonie pubbliche seguite dalla televisione e creano organizzazioni sia per “incendiarsi” che poi curarsi; gesti estremi ed assurdi che in realtà sottolineano la violenza insopportabile di sistema che sta attorno a loro.

Vale infine la pena ricordare la prima raccolta di racconti di Mariana Enriquez uscita in Italia, cioè Quando parlavamo con i morti (Caravan Edizioni, 2014, 101 pp.), questo anche per menzionare la piccola casa editrice romana, schierata contro l’editoria a pagamento, che di fatto “portò” la Enriquez in Italia, la Caravan Edizioni appunto. In questo testo si può trovare Quando parlavamo con i morti, ma anche due racconti inediti come quello omonimo del titolo Quando parlavamo con i morti, in cui quattro ragazzine giocano pericolosamente a chiedere informazioni agli spiriti dei desaparecidos e il racconto improntato sulle figure spettrali di bambini scomparsi che improvvisamente riappaiono Bambini che ritornano.

 
 

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