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Recensione L'ultimo bastione del buonsenso

1Settembre2022

“Scopo dell’arte è di trasmettere l’impressione dell’oggetto, come «visione» e non come «riconoscimento»; procedimento dell’arte è il procedimento dello «straniamento» degli oggetti e il procedimento della forma oscura che aumenta la difficoltà e la durata della percezione, dal momento che il processo percettivo, nell’arte, è fine a se stesso e dev’essere prolungato. L’arte è una maniera di «sentire» il divenire dell’oggetto, mentre il «già compiuto» non ha importanza nell’arte.” Ostranenie è il termine che indica proprio questo straniamento che qualunque lettore, credo, ha provato almeno una volta nella sua vita.

Wojtek, casa editrice di Pomigliano D’Arco (NA), ha deciso di chiamare così, con il nome di questo “espediente”, di questa tecnica letteraria, la collana di saggi che ruotano intorno alla letteratura nelle sue forme, nei suoi processi creativi, nei suoi generi.

L’ultimo bastione del buon senso è proprio il secondo volume della collana, uscito il 6 luglio, che segue il primo brillantissimo Teoria della Prosa di Ricardo Piglia, testo incentrato sulla prosa di Juan Carlos Onetti. Quel primo volume, quando lo lessi, mi stregò; con una semplicità mai banale, Piglia mi consentì di tuffarmi nel mondo di Onetti, analizzando i suoi racconti in un modo assolutamente comprensibile ai non addetti ai lavori (come la sottoscritta), spiegandone i retroscena stilistici e di composizione, di struttura in modo accattivante e avvincente. Ne fui affascinata, lessi infatti poi tanti racconti di Onetti, e fu un’esperienza di lettura davvero unica.

L’ultimo bastione del buon senso, di Danilo Kiš, è una raccolta di scritti assai diversa rispetto al primo volume della collana. Danilo Kiš è uno scrittore serbo-croato, conosciuto in Italia soprattutto come narratore, ma che tra le sue opere vanta una densa e ampia raccolta di scritti saggistici, qui praticamente inediti. Si tratta di brani brevi e concisi, che trattano soprattutto di letteratura, e che prendono spunto da opere francesi, serbo-croate, russe, per guidare il lettore nei pensieri dell’autore, che crea una sorta di mappa delle forme letterarie, talvolta in modo quasi aneddotico. Ma non trattano solo di letteratura, vi si trovano anche riflessioni sul mondo in generale, sulla società.

Il volume è diviso in tre parti: Scritti, in cui son raccolti gli scritti pubblicati in vita dall’autore, Discorsi, in cui troviamo le parole pronunciate in pubblico da Kiš, e Magazzino, in cui si è attinto post mortem dall’archivio dello scrittore. Nella prefazione, Federica Arnoldi, Luca Mignola e Alfredo Zucchi sottolineano una caratteristica peculiare dello stile dello scrittore serbo-croato: il confine tra saggio e narrativa è sottilissimo nelle sue opere, o meglio, le due cose si contaminano, si mescolano. Se nei suoi romanzi si possono individuare lunghi brani dal tono saggistico, invece nei suoi saggi spesso vi è un narratore, di cui si percepisce lo scarto rispetto all’autore, e il ritmo è spesso quello di una storia, di un racconto, e non di un tradizionale testo saggistico.

Kiš crea delle vere e proprie storie, in cui gli scrittori, i poeti di cui parla diventano protagonisti insieme ai loro personaggi. Tutto ciò rende piacevole e un po’ misteriosa la lettura di questa raccolta di scritti. Provo a raccontarvene qualcuno.

Cervantes e Rabelais

Kiš riflette tramite le opere di questi due grandi della letteratura (rispettivamente autori di Don Chisciotte e Gargantua e Pantagruele) sul tragico, sul comico, e soprattutto su cosa significa la risata. Tema su cui da millenni l’umanità si interroga, basti pensare alle commedie greche e alle riflessioni di Aristotele al riguardo. Mentre il riso di Rabelais è una risata pura, elementare e primordiale, che non contiene nemmeno un’ombra di tristezza, la risata di Cervantes, in Don Chischiotte, è una risata che sta a metà tra il riso e il tragico, una risata che si accorge del proprio tempo, che nasce dal dolore.

“Così risuonano queste due risate trionfanti, creando una polifonia della gioia umana, una tragicommedia della vita stessa.”

Riflessioni sulla prosa serba

Come si evolve la prosa serba nel Dopoguerra? Kiš prova a rispondere in diversi modi a questa domanda, in maniera sempre pungente e diretta, condita di quell’ironia che si impara a conoscere già dalle prime pagine di questa pubblicazione. L’ironia si percepisce forte quando parla dei critici che si indignano davanti all’uso di forme moderne, quando si chiede a cosa serve la descrizione impegnata della provincia analfabeta, quando i suoi protagonisti sono e rimarranno analfabeti, o quando paragona lo scrittore ad un folle consapevole che la sua voce non vale più delle altre. Sicuramente un testo provocante, anche se a tratti misterioso, quasi ermetico.

Storia di Varlam Šalamov

Mi ha poi profondamente colpito la storia di questo autore russo (autore de I racconti di Kolyma), che sconterà moltissimi anni nei campi di concentramento per “agitazione trotsKišta antisovietica”. Kiš mostra una profonda ammirazione nei confronti di Šalamov e soprattutto della sua opera, redatta in condizioni e circostanze tutt’altro che facili. Nel parlare della sua misera e difficile biografia, dice “Ci sono vite che non avrebbero mai dovuto essere vissute. Vite che sono state solo un susseguirsi di disgrazie, di ingiustizie e di sofferenze; l’esperienza dell’inferno sulla Terra. Un inferno da cui non si esce mai, nemmeno dopo esserne stati liberati, nemmeno dopo aver ottenuto la riabilitazione. Varlam Šalamov ha vissuto una di queste vite. “ Kiš considera Šalamov uno dei più grandi scrittori dell’esperienza dei campi, e difende strenuamente la mancanza di “ottimismo miracoloso e la fiducia nel futuro” presenti invece in altre opere sui campi. Šalamov descrive crudamente, senza fronzoli e senza pretesti letterari la sua, di esperienza, con chiarezza e in modo molto diretto. In questa parte Kiš è spietato e ironico con coloro che osano criticare e rimarcare la cosiddetta mancanza di ottimismo miracoloso e di fiducia nel futuro negli scritti di Šalamov. E a riprova dell’assurdità di una critica simile, vengono riportati alcuni passaggi effettivamente spietati ma incredibilmente reali e lucidi de I racconti di Kolyma, in cui Šalamov descrive con una certa particolare ironia i mille modi in cui la sopraffazione di tutte le caratteristiche umane che avviene nei lager.

Un ultimo consiglio: chi dovrebbe leggere questo libro? Secondo me, tutti coloro che sono appassionati di libri e di letteratura, e hanno voglia di scoprire qualcosa in più del “dietro le quinte”, del mestiere dello scrittore, e soprattutto di come funziona il processo di scrittura. Tutta la collana Ostranenie fa sicuramente al caso vostro. Aggiungo solo una cosa, non leggete questo libro come un saggio unico, tutto d’un fiato. Io ho fatto così, e ho dovuto poi tornare sui miei passi. Leggetelo con calma, prendendovi del tempo per ogni brano. Diciamo, come fareste in spiaggia con la vostra rivista preferita, tra un bagno e l’altro.

 
 

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