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Internamento/e

Il fumetto “Rughe”

23Maggio2022

Quando lessi Rughe, del fumettista spagnolo Paco Roca, era da poco mancata mia nonna a causa dell’Alzheimer. Una coltellata avrebbe fatto meno male: il fumetto tratta di un uomo ricoverato in una casa di cura per anziani poiché affetto proprio da Alzheimer. E, come lui, anche gli altri pazienti detenuti in questa struttura. Sì, ho scritto detenuti.

Recentemente sono stata io stessa internata nel reparto di psichiatria di un ospedale, a causa di disturbi psichici. Anche in quel momento ci sono stati attimi in cui avrei preferito mi accoltellassero. Un esempio è quando, chiusa tra quattro mura per settimane, mi fu negato di uscire in terrazzo o anche solo di aprire la finestra per prendere una boccata d’aria. I motivi c’erano tutti e validi: un paziente era più bisognoso di cure in quel momento, e il personale si stava occupando di lui con la massima urgenza. Ma io sentivo solo di essere stata abbandonata, sentivo l’impossibilità di uscire, poiché ero chiusa a chiave, e mi sentivo sempre più stretta e isolata. Nessuno si occupava di me, e non potevo nemmeno andarmene.

Le personalità che ho incrociato nel mio percorso sono state tante, e molte di loro mi hanno lasciato qualcosa di sé, mentre alcune hanno strappato via pezzi di me. C’è stata la signora anziana che in casa era tutto il tempo sola: in vestaglia, ha camminato dentro al Brenta fino a che l’acqua le è arrivata alla vita. Poi si è come svegliata, e la sua figura bianca, grazie al bagliore della luna quella notte, si è arrampicata esile su per gli arbusti della riva del fiume. È tornata a casa, la chiave era sotto lo zerbino: non l’aveva portata con sé perché non sarebbe dovuta tornare.

Essere consapevoli di aver bisogno di aiuto, sapere di star regredendo, fa sentire le persone impotenti. È come essere bambini: ti aiutano a mangiare, a camminare, ti lavano e ti vestono. Ma tu rispetto ad un bambino hai la consapevolezza della tua caducità.

La signora anziana comunque non ha mai ricevuto alcuna visita durante il suo ricovero. A differenza di M: una giovane donna appassionata di musica e di libri di mandala da colorare. Lei, in visita, vedeva spesso la madre, una signora elegante e ancora giovane, con gli orecchini di perla. M tutte le volte chiedeva “posso tornare a casa con te?” E M tutte le volte riceveva risposte negative, dopodiché le toccava ascoltare la madre parlare dei viaggi e delle gite che faceva con il suo compagno, e della macchina nuova, e di quel vestito che aveva visto, e del nuovo taglio di capelli che voleva farsi. Dopo ogni visita della madre, M regrediva a uno stato quasi vegetale. Le era difficoltoso compiere anche la più semplice delle azioni. Le mancavano le forze addirittura per stare sveglia a tavola, e si comportava come se avesse un decimo della sua età. Io non ho mai capito quanto fosse dovuto al suo disturbo e quanto invece fosse colpa dei medicinali dati dal personale. Ma non ho le competenze per giudicare se si trattasse di un abuso farmacologico o di normale prassi.

Tornando a Rughe: consiglio il fumetto a chiunque abbia una persona cara ricoverata, poiché trovo che la narrazione sia ottima per permettere al lettore di immedesimarsi nella figura del paziente. Soprattutto (allarme spoiler) per il fatto che per il protagonista la sua malattia inizialmente era invisibile. Egli pensava di essere in grado di badare a sé stesso, e non capiva per quale ragione fosse attorniato da pazzi: lui era “normale”. Solo alla fine si renderà conto, o meglio si renderanno conto - sia lui che il lettore - che i sintomi dell’Alzheimer erano ben visibili e sotto agli occhi di tutti già dalle prime pagine.

 
 

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