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Il Concorso

Ritorna la penna mordente ed emozionante di Mattia Gallo con un secondo racconto

24Febbraio2022

I viaggi in macchina lungo l’Autostrada del Sole in Calabria forniscono agli occhi di chi guida paesaggi non indifferenti. Si vedono gole oscure che si infilano tra drappelli di montagne come incavi tenebrosi dove la natura folta crea i suoi nascondigli. Le montagne sono come spalle, schiene, lombi di grandi animali preistorici, si stagliano in alto con scaglie di granito enormi e rotondità tornite, oppure si vedono in sequenza l’uno dietro l’altra come cavalli stesi per terra che disegnano linee da seguire di fronte l’orizzonte di chi guarda. Alcuni pioppi in fila su pezze di terra pianeggianti di fianco l’autostrada, con uccelli che spiegano le ali sopra gli alberi, rimandano all’immagine di viandanti del medioevo che percorrevano lo spazio al ritmo dei propri passi e ad un tempo più lento, mentre a volte sulla strada d’asfalto i rami delle acacie, mosse dal vento, creano come vortici che inviluppano lo sguardo di chi osserva dal cruscotto, una pioggia di lamine verdi vera e propria. Gli avvallamenti montuosi accompagnano i letti pietrosi delle fiumare lungo il prossimo paesaggio, il mare, che si staglia ampio di fronte agli occhi sempre con un po’ di sorpresa. In alcuni scorci, visto dalla distanza, sembra un grande piatto d’argento da cui riverberano i riflessi del sole, e nei suoi golfi e le sue rientranze evocano antichi periodi della storia. Questo era quello che vedevo dalla mia vettura mentre mi recavo da Cosenza a Reggio Calabria per affrontare la prova del concorso RIPAM per la pubblica amministrazione. Si trattava di un concorso nazionale che si svolgeva a livello regionale in tutta Italia per ragioni di sicurezza in materia di COVID, e la sede regionale in Calabria si trovava esattamente al Palacalafiore di Reggio Calabria, un impianto sportivo situato a poche centinaia di metri dal mare. Come a tutti i concorsi di questo tipo i candidati erano davvero tanti, quindi si finisce nel ritrovarsi in qualche fila ad aspettare di ottenere l’okay per l’ingresso, e poi svolgere la prova. Un sole settembrino caldo al punto giusto da non rendere l’aria asfissiante illuminava la fila composta da trentenni calabresi in attesa di accedere dentro il grande impianto sportivo. La strada d’accesso verso i cancelli del Palacalafiore era ad appena un chilometro dal mare, con una leggera pendenza verso l’alto, cosicché le persone in fila davano le spalle al panorama dello stretto di Messina. Nell’attesa iniziai a parlare con chi era intorno a me. Presentazioni, qualche battuta fatta al momento, condivisioni delle tipiche preoccupazioni pre – prova. In realtà ci tenevo a dire la mia sulla situazione generale in cui ci trovavamo, qualcosa che avevo già pensato più volte ed era arrivato il momento giusto in cui esprimere il mio pensiero: “Se notate in Italia in questi concorsi, rispetto al numero di posti disponibili siamo iscritti veramente in tanti. In questi concorsi spesso su tremila posti a disposizione ci sono decine di migliaia di persone che li provano, a volte anche cento-mila persone. È chiaro che c’è un’esigenza di lavoro” – “Si, è vero”, sentii dire, e fui contento di ascoltare questa approvazione. “L’esigenza di lavoro si capisce ancora di più dal tipo di lavoro che si va cercando: si tratta di un posto come impiegato nella pubblica amministrazione. È ovvio che chi desidera fare questo lavoro pensa di farlo in modo dignitoso e diligente, ma spesso non si sa bene neanche di che tipo di lavoro si tratta. Diciamocela tutta: chi ha mai sognato di fare il burocrate!?! È chiaro che sti concorsi sono una caccia al reddito, e c’è un problema di diritti e di lavoro nel nostro paese”. Dette queste parole, riscontrai ancora più consensi, sguardi arrabbiati e convinte asserzioni, ed ero felice di condividere queste idee con persone nella mia stessa situazione. “Io penso una cosa: dopo una laurea ed un master non è possibile che personalmente sono ancora in questa situazione!” – disse un ragazzo dagli occhi chiari, da poco trentenne, proveniente da un paese del Tirreno, Belvedere. “E poi – aggiunse – non è possibile che a questi concorsi si aggiunge la qualunque! Io sono laureato in Scienze Politiche, ma perché a questi concorsi può partecipare anche chi è laureato in Filosofia, scusatemi?!”. Anche dopo questa considerazione ci furono molte persone che si trovavano d’accordo con quello che era stato detto. Anzi, subito dopo le persone intorno, che erano circa sei o sette in totale, tutte in fila di fronte ai cancelli del Palacalafiore, iniziarono a fare l’elenco di tutti gli step del loro curriculum, di cosa avevano studiato all’Università e dopo, degli altri concorsi che avevano provato, e di quanto tutto ciò non fosse stato tutto utile per trovare un lavoro. Erano considerazioni del tutto diverse da quelle che facevo io alla fine, specie quella di chi voleva sottolineare che i laureati in Filosofia non dovevano partecipare ai concorsi, questa mi sembrava una considerazione da guerra tra ultimi. Oppure l’elenco delle proprie “prestazioni” universitarie e post-universitarie non si conciliava con la mia idea di prendere coscienza collettivamente e chiedere diritti in una situazione di mancanza di reddito e lavoro per tutti… insomma avevo capito che forse non sarei riuscito a creare un movimento dei nuovi proletari – intellettuali in quella fila al concorso per funzionari pubblici della pubblica amministrazione. Re – iniziai a fare qualche battutina per stemperare la tensione pre – test. Un ragazzo mi disse simpaticamente: “Tu scherzi molto, ma scommetto che lo fai perché sei molto preparato!”. Risposi: “Sicuramente!”, in modo sardonico. Finimmo di parlare, e dopo aver rivolto uno sguardo ai cancelli, ci rimettemmo in fila più silenziosamente. Dopo aver capito che non sarei stato in grado di accendere la fiamma della rivoluzione, pensai a godere del tepore settembrino che si avvertiva nell’aria e del panorama dello stretto di Messina. Rivolsi infatti uno sguardo verso il mare, pensando che lo scorrere delle sue correnti avevano un ritmo molto meno stressato di chi stava in fila per un concorso della pubblica amministrazione. Osservando però più attentamente il mare, rimasi stranito da un particolare: vidi infatti nella parte più vicina alla costa una sorta di cupola nera oblunga, come una capsula ellittica di circa due metri, poco sopra la linea dell’acqua, con una massa sotto di essa dai contorni ancora più grandi e dalle forme difficili da distinguere. Questa sorta di grande testone si rimise subito nelle acque marine, ma si capiva che era qualcosa di mobile, e non di piccole dimensioni. Si trattava di qualcosa che mi incuriosì parecchio, al punto che per un attimo il flusso dei miei pensieri rivolti fino a quel momento al concorso, si interruppe del tutto. Poi cercai di darmi una spiegazione veloce: evidentemente si trattava o di uno strumento moderno di pesca, o di qualche sofisticato macchinario per studi scientifici, come un rover o una navetta acquatica, considerando la particolarità della fauna e la flora dello stretto, o magari utile per eventuali studi per qualche tipo di nuova costruzione. Mi rimisi di spalle al mare e guardai i cancelli concentrandomi sull’esame, ma quello che accadde di lì a poco fu sconvolgente. Passarono solo pochi minuti da quella mia strana visione, e tutti i giovani in fila furono sconvolti dal rumore di un grande muggito, seguito dal suono di uno strascichio di carne umida sull’asfalto. Quello che videro tutti fu terrificante: un enorme piovra si stava avvicinando a noi, puntando direttamente alle persone in fila per il concorso, allungando i suoi enormi tentacoli con intenti minacciosissimi! Uno delle tante terminazioni di carne e ventose della piovra si abbatte’ su una macchina distruggendone completamente una fiancata, tra i rumori dei vetri rotti e le urla di tutti gli astanti che erano sconvolti e si dimenavano gettando in aria cartelle e fogli di carta. Purtroppo non c’erano molte vie d’uscita, dato che l’enorme cefalopode occupava l’unica strada d’accesso ai cancelli dell’ingresso del Palacalafiore; cancelli ancora tenuti chiusi da parte di chi, da dentro, non sospettava minimamente nulla di cosa avvenisse all’esterno. Le urla delle persone erano sempre più alte, fino a quando un tentacolo non prese una ragazza, alzandola di almeno 5 metri dal terreno. Cosa sarebbe successo? La piovra l’avrebbe scaraventata, o forse divorata?!? Furono attimi di terrore puro, quando proprio nel momento in cui la piovra stringeva a sé la ragazza, attorcigliando il suo braccio viscido sul suo corpo, si sentì la voce stentorea della povera malcapitata dire queste parole: “Ora basta! Tu non mi impedirai di svolgere il concorso per la pubblica amministrazione per funzionari RIPAM! Io questa mattina mi sono alzata alle sei e quarantacinque e mi sono fatta trecentoquaranta kilometri venendo da Castrovillari! Sono stata tre mesi a studiare diritto amministrativo, diritto costituzionale e soprattutto mi sono studiata contabilità pubblica, di cui non ci capivo niente ma me la sono fatta lo stesso! I miei genitori mi hanno pagato cinque anni di studi all’Università della Calabria ed un master alla Sapienza di Roma, non mi farò certo fermare da uno schifosissimo polipo gigante!”. Per un momento rimanemmo tutti in silenzio, attoniti, per quello che avveniva sotto i nostri occhi. Finite di proferire quelle parole, la ragazza alzo con la propria mano una penna e con una forza notevole conficcò la penna nella carne viscida e vivida di quella piovra. Uscì del sangue, ed inoltre il mostruoso animale emise un rantolo acuto, effetto della ferita che aveva subito. A quel punto l’atteggiamento delle persone intorno cambiò da un momento all’altro: tutti corsero incontro al mostro con le loro penne e le loro cartelle. Ma soprattutto ci fu un ragazzo a cui venne in mente di sradicare delle canne che stavano appena al di là della retina metallica che delimitava il marciapiede della strada dove stavamo in fila, e di usarle come lance da infilzare nella carne vivida della grande piovra. Immediatamente decine di persone iniziarono a strappare le canne dal terreno, quindi si fiondarono contro il terribile essere venuto dal mare con le lance protese, come una tribù di aspiranti burocrati moderni con il fare primitivo ed intenti cacciatori. “Ci siamo fatti il culo per studiare e venire fino a qua, adesso nessuno può impedirci di svolgere questo esame! Mia cugina ha provato il concorso dell’INPS a Roma e lo ha passato, mi ha detto di provarli tutti…ed io farò così! E non sarà un polipo da quattro soldi a fermarmi!” – disse un’altra ragazza, mentre anche io mi accingevo a sradicare una canna mettendo la mano oltre la rete metallica, ma esitavo perché troppo intento ad osservare quello che di sconvolgente mi accadeva intorno. Un giovane con gli occhiali e con una camicia bianca, ben ordinata, osservò la mia esitazione, e con gli occhi iniettati di sangue ed a voce alta mi disse: “Uno nella vita si deve dare da fare, non può rimanere senza fare niente!”. Staccò in un attimo una canna dal terreno e si lancio come un indemoniato verso il polipo gigante, ferendolo ad uno dei suoi enormi tentacoli, e macchiando la sua camicia di chiazze di rosso vermiglio. Era una scena incredibile: decine di persone assaltarono il polipo dai lunghi e nerboruti tentacoli e dagli occhi ellittici ed opachi di colore porpora, che stava indietreggiando sempre di più e che si era già in un primo momento rivolto da un lato del corpo verso la direzione da cui era venuto, per poi, a seguito dei continui e laceranti colpi di canna, ritirarsi velocemente verso il mare. Quando infine scomparve dalla vista di tutti quegli iscritti al concorso per la pubblica amministrazione trasformati in lottatori belluini, ci fu un “urrà” generale ed abbracci di giubilo. Non si fece in tempo ad esultare per l’allontanamento del mostro marino, che il richiamo a voce alta di una persona sui cancelli attirò l’attenzione di tutti: si trattava di un collaboratore della commissione per il concorso, che ci avvisava dell’apertura dei cancelli e del primo accesso all’interno del Palacalafiore al fine di svolgere l’esame. La fila si ricompose, ed ognuno esibì i propri documenti sul banchetto che si trovava appena dietro i cancelli. Osservai quel ragazzo che mi spronava ad agire con la camicia del tutto lacera e piena di macchie rosse, entrare come se nulla fosse, e così anche una ragazza dal vestitino a fiori ridotto a brandelli sui bordi, non batter ciglio alla richiesta dei documenti e poi entrare dentro. Benché i presenti all’esame avevano le fattezze di persone dagli abiti sgualciti, e con qualche livido e tumefazione evidente sulle braccia ed in viso, l’esame si svolse con regolarità senza nessun impedimento. Alla fine del suo svolgimento ricordo che nel corridoio d’uscita, vidi la ragazza che era stata avvinghiata dal polipo e portata in alto con il suo tentacolo, con una ferita sul viso di cinque centimetri sotto il suo occhio destro, dire alla sua amica: “Io ho fatto circa vent’uno domande, nove le ho lasciate senza risposta per non perdere punti. Quelle di economia contabile spero di averle fatte giuste…anche se due erano difficilotte…”.

 
 

Credits: Davide Pugliese

 
 

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