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La trilogia della sopravvivenza: la recensione di Mostropatia, il nuovo album dei DiscoMostro

12Gennaio2022

Siamo a inizio gennaio 2022. È passato un’altro anno di pandemia da Covid-19, conclusosi in grande, con feste e Capodanni passati tra pandori e tamponi, positivi o negativi, quarantene, dubbi e domande. Si ritorna, chi al lavoro, chi allo studio, e non si sa bene in quali condizioni. 

In mezzo a tutta questa confusione, è il momento giusto per mettere sul piatto del giradischi il nuovo album dei DiscoMostro, Mostropatia, uscito il 7 gennaio 2022, registrato, mixato e masterizzato presso il Toxic Basement Studio per Professional Punkers.

La band hardcore punk milanese ci aveva già anticipato l’uscita del nuovo, terzo album qualche mese fa, in un’intervista rilasciata per la webzine di Radio Sherwood in occasione dell’uscita dell’EP di cover Tutto Panx, a cui era seguito, il 17 dicembre, il primo singolo estratto dal disco, Troppo, trasmesso durante la diretta per il 45 anni di Radio Sherwood. 

Rimanendo in tema festivo, dato che siamo tutti reduci dalle cene con parenti e amici, se Tutto Panx era un aperitivo, Troppo è stato l’antipasto, e ora Mostropatia è la portata principale.

Siamo al capitolo finale di una trilogia della sopravvivenza, cominciata nel 2016 con Mostrofonia, seguito nel 2018 da Mostroscopia e conclusosi ora, dopo quattro anni, con un album sofferto, la cui composizione ha risentito ed è stata rallentata dalle restrizioni di questi ultimi anni e che finalmente vede la luce. 

Se Mostrofonia era l’esordio, il suono del mostro che esce allo scoperto, Mostroscopia è stata la ricerca interna, una forma di autoanalisi sulle origini del proprio male di vivere, dei propri fantasmi e delle proprie contraddizioni; con Mostropatia si arriva, come detto, alla conclusione (solo di questo capitolo, si spera): la diagnosi che segue l’analisi. Certo, ci sono ancora il male di vivere, la depressione, il buio e la sconfitta, si, ma interpretati ora come stimoli e come sfide quotidiane, per rimettersi in gioco sapendo di non aver niente da perdere.

La band, nata da un’idea di Carlame (voce), già batterista e principale compositore degli Skruigners, ci ha da sempre abituato a una forma di hardcore punk profondamente personale e intima. I testi dei Discomostro parlano spesso dell’autore stesso, il quale, con la sua caratteristica voce sgraziata e disperata, ci porta ad esplorare la parte più oscura dell’essere umano, dei propri e altrui mostri interiori. Questo su una solida base di riff che nascono dalla commistione di hardcore e rock n’roll.

Così è anche per questo ultimo album, racchiuso in una copertina che ricorda il tratto anarchico di certi flyer dei concerti negli '80 disegnati da Raymond Pettibon, autore di quasi tutte le copertine dei dischi dei Black Flag. Si parte con Aprile: se, sulla base di quanto detto, ci potremmo aspettare una classica opener punk, alla stregua di Hollywood in Mostrofonia, o Ciao in Mostroscopia, potremmo rimanere momentaneamente interdetti. Aprile è un pezzo acustico di poco più di un minuto di durata, forse, chissà, ispirato dal recente album folk punk di Andy Ramponi (Fine Thanks, 2021, per Professional Punkers), qui in veste di bassista, all’esordio con la band su un album di inediti, e coautore in Diciotto. Una cornice inedita, quella acustica, ma che ci regala un assaggio di quello che saranno le tracce a venire, una vera e propria presentazione della band e delle vicende interiori che il disco andrà ad affrontare:

«Tieni il respiro per anni 

Sopravvivi perchè in fondo sei forte 

Soffia il destino

Finisce che non hai più paura della morte

È così, che hanno scolpito un mostro

Sorridi, sei un disastro

E non sai mai come stai

È così che impari a stare al freddo»

Terminata la intro acustica, ecco finalmente l’esplosione hardcore punk che, in fondo, stavamo aspettando con trepidazione. Seguono, infatti, due tracce tipicamente nello stile della band, Stuzzicadenti e Temporale, forse già il punto più alto del disco. Il secondo pezzo citato rappresenta la descrizione di una tranquilla, qualunque e ipocrita vita borghese, come potremmo trovare un po’ dovunque. L’incubo di chi vive secondo il mantra live fast/die young ma si sveglia sposato, con due divani, tre televisioni, una carriera avviata, casa, camino, il gatto e, ovviamente, l’amante ed un figlio per sentirsi vivi. Un castello di carte e illusioni, destinato a rovinare miseramente al suolo, una vita basata sulla falsità o, nell’ipotesi migliore, sulla negazione. Con la speranza che non arrivi mai il temporale a spazzare via questa bolla di gloria, noie e certezze. «Si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore» cantava Guccini nel 1974.

Tra le tracce che compongono il disco, c’è spazio anche per quella sorta di sguaiato e poco convenzionale inno alla libertà sessuale che è Gelato. Sei una donna e ti piacciono le donne? Sei un uomo e ti piacciono gli uomini? Entrambi? Nessuno? Non vedo il problema, anzi, il problema non esiste, canta Carlame (i termini non sono esattamente quelli riportati in questo articolo ma lascio al lettore il gusto della scoperta). 

Si corre poi sempre alla massima velocità, da quella che potremmo considerare una classica drinking song, che è Chessete (con tanto di autocitazione a Gennaio), a Madrid, straziante e straziato ricordo dedicato a chi non c’è più. Si arriva alla chiusura col cuore in gola, con Perfetto, che altro non è se non il riassunto del messaggio racchiuso nell’intero disco, la chiusura del cerchio aperto con Aprile: il senso di rivalsa di chi si sente un reietto, uno scarto, di chi non ha niente in mano, niente da perdere, «niente dietro e niente davanti» per tornare ancora agli Skruigners, da cui l’invito a non aver paura, ripetuto al termine della canzone.

E quindi la parola chiave che riassume il disco può essere, a parere di chi scrive, proprio la rivalsa, arrivando, incredibile a dirsi, a dare quasi un messaggio positivo al termine dell’ascolto, uno sprone a sopravvivere nonostante tutto, «con i pezzi di vita tra i denti», per tornare a Stuzzicadenti.

Se dei testi si è parlato già diffusamente in questa recensione, la musica non è certamente meno meritevole di discussione: vuoi per le improvvise incursioni dei riff punk n’ roll di Andrea Morlacchi (chitarra), che ogni tanto saltano fuori qua e là (vero marchio di fabbrica del sound della band, al pari della voce di Carlame), alle linee di basso e batteria di Manuel e Andy, per cui vale ancora la pena di citare nuovamente Diciotto oltre a Treno.

Andando a concludere, un disco che è già un must have per tutti gli appassionati del genere. Dopo appena una settimana, non c’era miglior modo per cominciare il 2022, sperando, come sempre, di avere presto occasione di sentire dal vivo Mostropatia.

 
 

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