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Gli Illuminati :: Francesco Giannico

di Mirco Salvadori - foto di Nico Nardomarino

8Giugno2021


FRANCESCO GIANNICO
Misplaced
Adesso

Fuori posto, nati storti, non catalogabili, ansiogeni abitanti di luoghi troppo veloci da potersi definire casa. Il respiro sempre appeso al prossimo innalzamento del diaframma, vagano di idea in idea perché è quella la loro casa.
Signori incontrastati del pensiero costruttivo, vivono in spazi virtuali, eterei. Sofferenti visionari consapevoli del loro caparbio ma (in)utile e esile costruire, raccolgono i suoni dei luoghi visitati mescolandoli con la musica che in quel preciso istante gli circola nelle vene componendo così piccoli gioielli da appendere all'ascolto, quello più intimo e prezioso.
Un'operazione apparentemente spontanea che richiede preparazione e conoscenza, due qualità che appartengono a Francesco Giannico anche e soprattutto in questo suo ultimo lavoro che vede Alexandr Vatagin al mastering.
Il musicista, sound artist e field recordist ci trascina in un viaggio reale che tramuta man mano l'ascolto si inoltra lungo i solchi che segnano lo sguardo del clown raffigurato in copertina.
La materia elettroacustica è capace di produrre contemporaneamente spleen e benessere, tanto quanto una poesia e forse, a ben pensarci, Misplaced è proprio questo, un'intensa poesia ascoltata nell'attesa che il nostro diaframma si innalzi, permettendo l'irrompere della vita.

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Intervista

In un'Italia invischiata e sommersa da musica che non ha più le caratteristiche necessarie per definirsi tale, rock edulcorato, indie tenuto in vita con flebo di pubblicità massificata, ben pochi tendono l'orecchio e l'attenzione verso un'altra Italia sonora, un'isola estremamente vitale, azzardo anche un "felice". E' l'Italia innovativa, curiosa, che non si stanca mai di scoprire quanto c'è ancora di vitale in un rito che richiede illuminazione e estrema preparazione per compierlo. E' l'Italia elettroacustica, della ricerca, quella che ha riscoperto l'antico messaggio legato al paesaggio sonoro e cerca di diffonderlo. E' un'Italia minore che pochi forse conoscono, una realtà musicale della quale fa parte anche Francesco Giannico, uno dei più attivi sound artist e field recordist nazionali oggi in circolazione, un illuminato.


Andiamo con ordine che di cose da spiegarmi e raccontarmi ne hai un bel po'. Te la sentiresti di fare un piccolo riassunto biografico per chi magari non segue il mondo dell'elettroacustica italiana. Da dove giunge e chi è Francesco Giannico?

Bella domanda, chi sono e da dove arrivo dici? Sono un ormai 41enne originario di un piccolo paese chiamato Carosino non molto distante da Taranto; da ragazzo ho sperato per qualche tempo di poter realizzare in quella provincia qualcosa nell’ambito dell’organizzazione degli eventi culturali, almeno fin quando facevo la spola con Lecce, la mia seconda città, per via degli studi in Musicologia che dipendevano dalla famigerata facoltà di Beni Culturali. Famigerata perché all’epoca funzionava tutto in modo un po’ desueto. Ad ogni modo quello dell’università è stato senza dubbio uno dei periodi più formativi per me. Facevo musica già da qualche anno ma senza una visione d’insieme, ero tuttavia attirato (e distratto) da molte cose: le registrazioni ambientali, la sociologia, l’interazione suono-ambiente-persone, ma ancora non avevo capito come mettere a fuoco tutti questi elementi insieme.
Qualcosa successe quando organizzai un primissimo workshop in ecologia del suono nella cosiddetta “città vecchia” di Taranto che, bisogna saperlo, non è propriamente il solito centro storico in formato bomboniera delle nostre città d’arte italiane. Intanto perché non è al centro, ma situato su una sorta di piccola isola collegata alla città da due ponti, uno girevole (di cui vanno molto fieri i tarantini), l’altro un più tradizionale ponte in pietra. In quell’esperienza riuscii a canalizzare, con una buona dose di fortuna probabilmente, una serie di elementi ricorrenti in tutte le mie successive esperienze analoghe: la mappatura sonora e la performance collettiva al termine del lavoro di documentazione. Queste cose si susseguirono in modo pressoché identico anche dopo la fondazione dell’Archivio Italiano dei Paesaggi Sonori, il collettivo nazionale nato qualche tempo dopo, che tu ben conosci, con al suo interno una nutrita schiera di sound artist dediti alla produzione di musiche derivanti dall’elaborazione (e rielaborazione) del paesaggio sonoro circostante. Dopo l’avvio di quell’esperienza molte cose sono successe: workshop sull’ecologia sonora in tutta Italia, performances e installazioni sonore site specific sempre unite dal fil rouge del soundscape. E poi ci sono state alcune indimenticabili collaborazioni in ambito musicale come con Thollem Mcc Donas, Giulio Aldinucci, Amy Denio, Matteo Uggeri (per fare qualche nome) e di recente anche la nascita di questo nuovo collettivo Zeugma, nato dopo il primo lockdown per la divulgazione della cultura del suono. Da quasi un paio d’anni poi sto collaborando con Audible per un nuovo progetto sul quale ancora non posso dire granchè e che il covid ha rallentato parecchio ma che spero entro l’estate possa essere finalmente lanciato.


Se ne parlava anche in una recente conversazione: lo stile. Qual'è lo stile musicale di Giannico, esiste o finalmente iniziamo a scavalcare le definizioni.

Verissimo, per anni ti cimenti in un genere del quale t’innamori, finisci per basare la tua evoluzione sulle modalità tecniche di produzione e poi un giorno tiri fuori un brano o un album che si discosta da quel modo di fare estremamente cerebrale e analitico e noti che la cosa crea un’inspiegabile empatia anche con gente che non è avvezza a quel tipo di materiali. I fatti son due: o sei impazzito e hai cominciato a produrre musicaccia (potrebbe anche essere!) oppure hai scoperto casualmente una chiave interpretativa differente della quale eri totalmente all’oscuro. Io propendo per la seconda ipotesi (così mi salvo anche dalla prima ipotesi); la questione è che probabilmente molti di noi si cimentano nei meandri della musica elettroacustica di matrice ambient (e derivati) da troppo tempo e quando passano gli anni i fenomeni tendono a storicizzarsi, la fase di “sperimentazione” iniziale viene meno e si finisce banalmente per brancolare nel solco della ripetizione stilistica. La musica elettroacustica è ovviamente piena di riferimenti colti e pratiche palesemente cerebrali nell’esecuzione, nell’ideazione, nel tema di riferimento, ma alla fine della strada c’è evidentemente un dilemma enorme: la scelta di creare o meno una connessione con un potenziale pubblico; a volte questa cosa riesce, più spesso è vero il contrario. L’importante è sapere che esiste una modalità, una chiave di accesso al tuo mondo musicale e per quanto strambo esso possa essere e per quanto sia difficile da individuare, un tentativo, una ricerca, credo che valga la pena farlo.
Capisci bene che la conseguenza di questo ragionamento è quello di smettere inevitabilmente di darsi delle etichette che rischino di creare degli apparenti porti sicuri (per l’artista) che in realtà sono solamente delle gabbie (neanche tanto dorate) e dalle gabbie è difficile che venga fuori qualcosa. Insomma, zero rischi uguale zero conseguenze si potrebbe sintetizzare. Ma la teoria “zero rischi” comporta anche zero risultati e quindi la decisione di andare “oltre” lo stile è a mio parere una scelta di libertà oltre che una scelta obbligata per chi intende mettersi alla prova in quello che produce.


Musicista, sound artist, field recordist, professore con laurea in Musicologia e Bene Musicali: a quale di questi vocaboli ti senti più affine e perché?

Ti aiuto, possiamo depennare il termine di professore perché non lo sono; faccio molta formazione, quello si, attraverso workshop in ecologia sonora e altre iniziative collaterali, ma lo faccio da privato cittadino o da artista con regolare codice ateco e grazie a qualche ente pubblico/privato che appoggia la mia causa quando sottopongo un progetto. Tutti i vocaboli rimanenti mi toccano in qualche modo ed è difficile per me effettivamente escluderne qualcuno; un po’ perché tutte queste parole rimandano ad un significato che si è legato con quello del termine successivo in una sorta di processo di concatenazione integrato, che non prevede una “separazione dei ruoli”, non contempla un’analisi che riesca a mettere nero su bianco in modo netto e preciso quello che una persona rappresenta realmente perché si è quasi sempre la somma di tutto quello che ti ha attraversato. Potrei parlarti di un interesse predominante per la materia sonora vista come documento, come reperto da comprendere prima ancora che lo si possa effettivamente rielaborare e integrarlo all’interno di una produzione musicale. Ma attenzione, seguendo questo ragionamento si finisce sulle sponde della semiotica dove i suoni sono segni ma anche significanti. Un lido nel quale vale la pena perdersi.

Nel termine Paesaggio Sonoro alberga forse il tuo più vivo interesse (meledicimi se sbaglio). Vuoi spiegare - cosa che tra l'altro fai frequentemente nelle tue residenze artistiche - cosa si nasconde dietro queste due parole e come si coniuga con il suono e, tutto sommato, con il nostro vivere quotidiano.

Certo, come ti accennavo prima è un po’ la mia tara professionale ma che si è legata nel corso del tempo a più interessi: il web design e quindi la realizzazione delle mappe sonore online, la sociologia e l’interesse verso i processi che partono dal basso. L’assunto è che il suono stesso identifichi la comunità e dunque una comunità è evidentemente espressione del suono che produce, nel bene e nel male naturalmente. Gli effetti di questa considerazione mi hanno portato a realizzare una sorta di “format” che è una modalità semplice per accedere ad una conoscenza alternativa di un determinato luogo utilizzando i suoni che lo compongono. Generalmente poi dopo il lavoro di registrazione avviene un lavoro di editing e infine c’è un momento performativo che può essere collettivo (assieme ai partecipanti al workshop) o in solitaria, a seconda degli accordi presi.
Un esempio che amo ricordare è la recente esperienze a Vallo di Nera in Umbria nel 2019 con il progetto Logos durante la residenza artistica organizzata da CURA (Centro Umbro Residenze Artistiche) in un piccolissimo centro abitato da 200 anime in cui la mattina si era svegliati dal mitico gallo delle 5.40 e da piccoli scorpioni neri che mi ritrovavo in continuazione nel letto. A parte questi due elementi, un luogo certamente magico, nel quale la presenza umana è un dettaglio in mezzo alla preponderante presenza della natura e l’alta fedeltà del paesaggio sonoro circostante ne è la prova schiacciante. La prova di cosa? La prova che esista una connessione non solo in termini fisici tra uomo e ambiente ma anche in termini di percezione complessiva dello spazio in cui si vive. La conoscenza del paesaggio sonoro in fondo è semplicemente una chiave che apre le porte di una visione politica differente della società, perché è chiaro che nel momento in cui sosteniamo che un ambiente adatto alla vita debba essere più silenzioso, meno densamente abitato, meno sfruttato dal punto di vista industriale, stiamo dicendo che dobbiamo cambiare rotta a livello globale. Quindi il vero messaggio relativo alla conoscenza del paesaggio sonoro è di tipo politico e l’arte di proporre modelli partecipativi in cui chiunque possa cimentarsi con i suoni raccolti e rielaborare una propria composizione è un modo estremamente semplice ed efficace di permettere un livello di conoscenza del proprio territorio e un livello di modificazione delle proprie coscienze.

Sempre rimanendo in tema, citerei l'AIPS (Archivio dei Paesaggi Sonori) e il nuovo nato, il Collettivo Zeugma. Due parole sopratutto su questo ultimo recente progetto.

Di Aips abbiamo parlato accennato qualcosa prima; è stata la prima realtà in Italia ad occuparsi in modo specifico del tema del paesaggio sonoro. Zeugma è un progetto molto più recente e anche diverso, nato subito dopo il primo lockdown quando in una chiacchierata con i musicisti Anacleto Vitolo, Emanuele Errante, Giulio Aldinucci ed Enrico Coniglio si è avvertita l’urgenza di creare uno strumento di connessione tra le varie anime che in Italia si occupano di generi musicali “marginali” per utilizzare un termine tipico della sociologia. Termini e scherzi a parte è chiaro, sul sito lo spieghiamo, che ci riferiamo a tutti quegli artisti che si cimentano da anni nella produzione di musica elettroacustica, di matrice ambient, drone etc… Non ti elencherò tutti i generi e sottogeneri perché è una cosa che detesto e mi ritoccherebbe risponderti sulla domanda dello stile che mi hai fatto prima, ma a parte gli elenchi, Zeugma pone la divulgazione del suono altro al centro della sua azione per rilanciare in maniera efficace e duratura un circuito virtuoso con l’auspicio che nascano nuove esperienze live, installazioni museali, workshop, conferenze etc…

Un altro vocabolo che trova ampio spazio nel tuo agire non solo artistico è "educazione". Racconta.

Si è un po’ una conseguenza dell’esperienza dei workshop di cui abbiamo parlato in precedenza, ma qui la parola “educazione” ha un risvolto che non è di tipo accademico ma più di tipo etico. Il sapere acquisito da un individuo diventa una leva per modificare i propri comportamenti nella società, quindi il tema è ampio è profondo, è l’arte (il suono) che cambia realmente il mondo e lo fa attraverso la socialità, la conoscenza di sé, degli altri e del territorio in cui viviamo.


Finiamo questa carrellata sul tuo agire artistico con l'aspetto legato a fotografia e video.

Che dire? Sono due passioni fortissime in stretta connessione con le mie produzioni musicali e che sono nate in tempi differenti. Mi occupo di editing video da quasi 20 anni, praticamente ma sono 6-7 anni che mi sono avvicinato fortemente anche alla fotografia, di solito mi dicono che avviene il contrario.
Vedi, ho iniziato ad occuparmi di video sin da subito con l’intento di abbinarlo alla musica che producevo ma i risultati all’inizio erano altalenanti, per fare buoni video infatti serve della buona attrezzatura e un buon hardware per il montaggio quindi soldi che all’epoca quando ho iniziato non avevo. Fortunatamente poi negli anni le cose sono migliorate sensibilmente e quindi ora, dopo diverso tempo trascorso a fare di necessità virtù, ho un mio studio dove posso senza troppi patemi montare agevolmente quello che desidero, fare post produzione, color etc. Sulla fotografia medesimo discorso con l’aggravante che ho dovuto aggiungere anche le spese per gli obiettivi fotografici, un vero salasso ma che fa la differenza da un punto di vista qualitativo, ovviamente se si conosce un minimo lo strumento.

Con il buon Ballerini hai fondato la Oak Editions, etichetta di tutto rispetto. I tuoi lavori li hai affidati a lebel italiane ma soprattutto estere. Questo mi aiuta nella domanda: come siamo messi in Italia? Esiste una gran bella scena elettroacustica e di ricerca ma viene supportata a dovere o si continua a rimanere nella penombra?

Un domandone questo. Provo a risponderti partendo da un punto di vista differente; anni fa, quando conobbi mia moglie Elena a Roma, appassionata e fiera libraia indipendente, ricordo che mi scarrozzava per tutta la capitale in queste piccole fiere di libri, grazie a lei ho scoperto un mondo di piccoli editori e di piccoli autori (piccoli nel senso di meno conosciuti ma grandi nel contenuto). Ora, volendo fare un paragone col mondo della musica, quello che le dico sempre (a Elena) quando tocchiamo questo tasto è più o meno che il mondo del libro, pur nella sua difficoltà ed evidente fragilità di un reparto culturale da sempre in crisi, possiede una rete solidale di piccoli editori che stampano e promuovono con una solerzia incredibile gli sforzi reiterati dei loro autori, si riuniscono, discutono, realizzano mille iniziative, da un livello molto localistico fino al nazionale. Nella musica, dagli anni ’90 in poi tutto questo è gradualmente scomparso, morto, defunto. Esistono certamente e per fortuna una miriade di mosche bianche, una miriade, tra musicisti e piccolissimi produttori che fanno un atto di fede, abdicano in partenza alla possibilità di realizzare un’impresa sostenibile economicamente e si lanciano per amore della musica in un mondo dominato dalla povertà economica, non di idee per fortuna. È come se ci fosse stata una globalizzazione della musica e fossero stati polarizzati i gusti verso i generi mainstream cancellando la classe media degli ascoltatori e annientando (ovviamente) il proletariato degli amanti di specifiche categorie musicali. Ricerca e sperimentazione sono oggi parole che richiedono una buona dose di coraggio in Italia e una pazienza infinita perché non esiste nessun aiuto pubblico o privato, sei tu da solo con la tua passione e stop e se incontri qualche compagno di strada ogni tanto puoi già dirti fortunato per la possibilità di poter condividere un pezzo di percorso assieme. Per rispondere alla tua domanda: la penombra si è determinata dal logorio delle vendite già esigue per alcuni settori negli anni, i profitti della musica sono andati in altre direzioni, gli investimenti pure. L’attenzione pubblica e privata non è sui generi musicali di cui parliamo. La non attenzione, la non sostenibilità finanziaria di questi progetti determina un sistema fragile, un universo di musicisti bravissimi ma soli e abbandonati a loro stessi che fanno altro per campare, che alla fine non ci credono più di tanto. Tutto questo mi rattrista più dell’essere marginale rispetto ad una semplice questione di gusti personali.

Di tutta la tua produzione discografica, a parte l'ultimo lavoro di cui parleremo in seguito, quale ti è più vicino e perché?

Devo confessare che mi sono sentito molto legato, lo sono tutt’ora, a ‘Destroyed by Madness’, l’album precedente e i motivi sono anche relativamente semplici. Da un punto di vista cronologico infatti l’ultimo album ‘Misplaced’ è stato nella sostanza realizzato prima ma per una serie di vicissitudini non musicali le date di uscita sono capovolte. Se vogliamo in sostanza seguire il filo del percorso, dell’evoluzione stilistica (se c’è) allora ‘Destroyed by Madness’ è l’ultimo tassello ma se ragioniamo meno per date e più per un pratico senso empatico allora possiamo captare ‘Misplaced’ come un unicum in mezzo a tutta la mia produzione musicale, per genesi e per sonorità.

Cosa ti spinge a produrre nuove release e come ti organizzi. Sono moti dell'animo o dietro c'è un intenso lavoro di costruzione anche tecnica.

Entrambe le cose; amo molto seguire un tema, infilarmi in un filone da cui poter dare agevolmente origine a tutte le idee musicali collegate. Questo è quello che amo e che mi piace fare, una questione di ordine mentale che puntualmente smentisco perchè poi la pratica è molto diversa e spesso la genesi di un brano si accompagna a dei momenti di puro autocompiacimento come ad esempio nell’iniziare suonando alcuni fraseggi di pianoforte e da lì magari andando costruire una cellula primigenia che va a sorreggere l’impalcatura di quello che verrà in seguito. Il bello è che non sai mai dove ti porterà tutto questo processo. Conosci prassi e metodologie ma sostanzialmente il processo creativo è davvero imperscrutabile.

Per i maniaci del tecnicismo: cosa usi normalmente come strumentazione acustica e digitale nella produzione di un disco?

Generalmente un pianoforte digitale, un paio di chitarre (elettrica e acustica) e diversi pedali, un piccolo synth come il Korg Volca modular, un paio di mini controller midi e una marea di plugin che utilizzo naturalmente in modo diverso a seconda che l’approccio sia da studio o live. Uno che mi piace moltissimo è il Pigments di Arturia, lo consiglio.

A proposito di etichette discografiche, l'italiana ADESSO ha pubblicato il tuo ultimo e intenso lavoro: Misplaced, un gran disco che mi sembra prenda direzioni diverse dagli altri. Parliamone.

Si, come ti accennavo prima è un disco cronologicamente antecedente a Destroyed by Madness, almeno nel grosso della parte di produzione, poi però per una serie di ragioni si è materializzata solo in seguito la possibilità di vederlo pubblicato con Adesso grazie a Gino e Carlo, ragazzi tra l’altro fantastici e che ringrazio per il supporto. Ad ogni modo, come ti raccontavo anche prima, rappresenta a mio avviso un momento davvero particolare della mia produzione per via delle sonorità, più scure e crude, per il fatto che ci sono meno riferimenti rispetto al lavoro sui field recordings, nel senso che non ci sono coordinate geografiche. Si tratta davvero di un Misplaced, in ogni senso.


Una domanda che solitamente pongo ai sound artist che si muovono nel lento andare del suono elettroacustico è quella riguardante il senso di spleen che permea i loro lavori. Convieni che una sorta di "trista tenerezza" traspare sempre dai vostri dischi?

Probabilmente le atmosfere aperte, l’eco dei suoni lunghi e il complessivo mood immateriale in cui ci cimentiamo ci porta ad accendere aree del nostro cervello più dedite alla riflessione e credo anche ad una certa introversione da un punto di vista dell’attitudine generale alla vita. Ora, nel mio caso, questo è vero in parte solo rispetto alla musica che produco, perché umanamente sono una persona abbastanza solare e riservo i miei periodi di paranoia per faccende più gravose, però mai dire mai 

Domandona secca: come la mettiamo con la matrice che ha generato tutto questo, il suono ambient.

Ahi! Questa è la marzullata dell’intervista, lasciamelo dire! Scherzo naturalmente ma provo a risponderti: Suono ambient è una definizione e come tutte le definizioni non determina che una cosa sia esistita solo nel momento in cui le si è dato quel significato. Esisteva quasi certamente anche prima ma non sapevamo il suo nome. Per andare al sodo, molti fanno risalire la definizione di ambient al piano gymnopedico di Satie, ma andare a leggere la motivazione diventa risibile perché è sempre posta l’attenzione, anche qui, sulla questione della dilatazione del tempo, sul piano aperto, su questa patina impalpabile e immaterica che trasmette quel modo di suonare il pianoforte e per l’epoca impensabile. Ma se è solo questo allora parliamo di estasi o parliamo di Sturm und Drung o ancora di misticismo, perché se è solo una sensazione che stiamo considerando allora anche lo Stabat Mater di Pergolesi può traghettarci in quella direzione così come l’adagietto della quinta sinfonia Mahler o i Disintegration Loops di Basinski. Tornando alla questione dei generi musicali, forse dovremmo concentrarci nel suddividere la musica per moti d’animo.

Finalmente il futuro si sta riaffacciando, forse torneremo a vivere. Come lo affronterà e cosa farà Francesco Giannico in questo auspicabile finalmente futuro.

Sono molto felice perché nel momento in cui ti scrivo mi è stata confermata una residenza artistica a luglio, dalle tue parti tra l’altro, tra Padova e Venezia, inoltre si è riacceso anche il canale della produzione del podcast che stiamo portando avanti per Audible da due anni e che spero possa essere reso disponibile prima dell’estate. Infine, ci sono diverse cose che già stanno bollendo in pentola dal punto di vista di nuovi dischi, ma su questo è davvero troppo presto per parlarne. Ti dico solo che ci sarà un disco fatto assieme ad un caro amico tra non moltissimo tempo.

 
 

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