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Speravo de morì prima

La miniserie televisiva italiana basata sull'autobiografia "Un capitano" scritta dall'ex-calciatore Francesco Totti

16Aprile2021

Speravo de morì prima: il 28 maggio 2017 sugli spalti della Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma comparve uno striscione con riportata questa frase. Il senso è chiaro a tutti, cristallino, inequivocabile. Speravo di morire prima di vedere l'ottavo Re di Roma che metteva il punto definitivo alla sua carriera calcistica da giocatore.

Quel giorno di primavera inoltrata, in parte per come si è svolto e in parte per l'importanza che stava a significare, ha immediatamente fatto un enorme solco sulla storia sportiva del nostro campionato. Chi era presente quel pomeriggio all'Olimpico stava vivendo da protagonista un pezzo indelebile di calcio, tra i più tristi, commoventi ed unici che si siano visti nella nostra nazione. Sì, perché quel giorno salutava il pubblico un ragazzo di quarant'anni che ne aveva passati vent’otto con quella maglietta addosso, cucita sulla pelle e sul cuore; che aveva portato la Roma a vincere lo scudetto più incredibile del nuovo millennio; che aveva alzato una coppa del mondo e una Scarpa d'oro; che aveva detto di no ai migliori club del mondo per rimanere nella sua città; che aveva deciso che non importava vincere probabilmente un Pallone d'oro, quando avrebbe potuto semplicemente diventare la leggenda vivente della nostra capitale.

Ecco spiegato quindi brevemente da dove nasce l'idea di Luca Ribuoli (regista dell'opera) di mostrare in sei puntate quelli che sono stati gli ultimi due anni di carriera di Francesco Totti, ripercorrendo con una serie di lunghi flashback anche i momenti salienti delle stagioni precedenti.

Bando alle ciance dunque, il voto complessivo della miniserie targata Sky e tratta dal libro biografico del giornalista sportivo Paolo Condò, è nel complesso positivo.

L'idea messa in piedi è sufficientemente riuscita nel suo intento. Non si sta parlando certo di un capolavoro, ma considerato il tasso di difficoltà e l'immensa giungla di insidie che un'opera di questo tipo poteva generare, la miniserie non merita di certo bocciature.

Come si suole dire via il dente e via il dolore.

Iniziamo quindi con le note dolenti di Speravo de morì prima. Se bisogna trovare il punto più tragico della serie, questo è rilevabile nella sceneggiatura. Sembra una contraddizione giudicare un'opera televisiva positivamente se ha una sceneggiatura scadente, ma va puntualizzato che stiamo parlando di un lavoro molto particolare, probabilmente unico nel suo genere, in cui la trama è di fatto uno spaccato di vita accaduta quasi contemporaneamente a chi sta guardando.

Oltre a non essere un'opera originale (nel senso cinematografico del termine), è anche un lavoro che si propone di mostrare altri fattori e dinamiche, ben diversi da quelli tipici dell'intrattenimento che la televisione solitamente richiede. Ecco perché questo difetto, spesso imperdonabile in un film o in una serie tv, questa volta può essere perdonato. Ciò che invece si perdona un po' meno è la scarsa riuscita di alcuni attori ad interpretare il proprio ruolo. Ecco che qui si apre un mondo intero fatto di discussioni, polemiche e dibattiti. Va ammesso che il cast in questione si è trovato dinanzi ad una prova di difficoltà estrema. Non solo avrebbero dovuto interpretare persone viventi, con un seguito di fans e una quantità immensa di apparizioni televisive solo negli ultimi anni, ma avrebbero dovuto farlo con il costante ed ombroso occhio giudicatore della critica che, nell'era dei social network, è diventata l'intera popolazione. Detto ciò, non tutte le figure protagoniste del racconto hanno sfigurato. Pietro Castellitto, il protagonista assoluto che interpreta il Capitano giallorosso, ha incantato nel ruolo che alla vigilia si presentava forse come il più ostico in assoluto. Poco importa se l'attore non era fisicamente molto somigliante al Totti originale, perché con l'atteggiamento mostrato Castellitto ha presentato bene allo spettatore la figura di Totti. Volete una prova? Il Pupone stesso si è dichiarato soddisfatto.

Altra nota recitativa da sottolineare è quella di Gianmarco Tognazzi, figlio dell'intramontabile Ugo, nel ruolo di Luciano Spalletti, allenatore prima amato da Roma e da Totti e poi divenuto di fatto l'antagonista della serie. La sua performance, a tratti identica al vero Spalletti, ottiene ancora più valore se si considera che l'ex tecnico, tra le altre, di Udinese, Inter, Roma e Zenit, spesso ha un modo di porsi unico, quasi caricaturale, il che rende molto complicato interpretarne il personaggio senza scadere nell'imitazione comica.

Ma veniamo ora al punto centrale della questione: perché vale la pena vedere questa miniserie? Essenzialmente la risposta è semplice e categorica. Perché non esiste niente di simile a questo. L'opera di Ribuoli ha il grande merito di essere un lavoro unico nel suo genere, sempre che questo si possa definire un genere. Ciò che è stato mostrato in questi sei episodi sono racconti che qualsiasi appassionato di calcio ricorda perfettamente per filo e per segno. I litigi tra Spalletti e Totti, la convalescenza dopo il terribile infortunio, la storia tra Francesco e Ilary, le figure di De Rossi e Cassano sono tutte narrazioni che i romanisti conoscono meglio delle loro tasche, e che anche al di fuori della cerchia giallorossa non si ha difficoltà a ricordare. Questa dinamica porta lo spettatore a rievocare con la mente ogni specifico momento della vita di Francesco Totti, ricordandone il quadro generale e godendosi la trasposizione fatta dagli attori. Ne consegue che l'opera è dedicata principalmente ad un pubblico di appassionati del settore, ma non per questo anche chi non ama il calcio potrebbe apprezzare un lavoro del genere appunto per la sua originalità e la sua particolarità.

Va infine puntualizzato che l'intento della miniserie, a detta di cast e regista, non è quello di riportare in modo inequivocabile i fatti successi in stile biografico o ancor meno giornalistico, ma quello di produrre un’opera romanzata leggera, godibile e a tratti ironica basata su un determinato personaggio in un preciso periodo della sua vita. Quest'ultimo concetto avrebbe potuto almeno smorzare l'incalcolabile quantità di critiche e indignazioni che un'opera come questa avrebbe senza alcun dubbio generato. Non è stato così. Certo, e come avrebbe potuto esserlo? Anche solo l'idea di proporre un lavoro basato sull'interpretazione di un'istituzione come Francesco Totti era stata messa sotto tiro dal mirino rabbioso dei suoi milioni di seguaci. L'insurrezione era inevitabile. Ma forse era proprio questo l'obiettivo, quello di far discutere. Beh, se così fosse, Speravo de morì prima.

Voto: 10!  

 
 

 
 

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