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Di antifascismo e del significato di cambiamento.

Un romanzo storico firmato da Luca Gatti.

19Marzo2021

Una vicenda umana e lo spaccato dell’antifascismo italiano sono i pilastri del primo lavoro letterario firmato da Luca Gatti. Una storia dedicata a un volto importante e poco conosciuto dell’antifascismo italiano oltre che un racconto ben documentato per narrare cosa sia stato per l’Umbria, e non solo, l’avvento del fascismo.

Di questo romanzo storico, edito con la Bertoni editore, e intitolato significativamente 36, abbiamo chiacchierato direttamente con l’autore.

Prima cosa da chiederti Luca è che cosa ti ha spinto a raccontare questo spaccato di Italia, per altro molto territoriale e documentato, e la figura di Angeloni?

La motivazione che mi ha spinto a scrivere questo romanzo è la figura del protagonista, Mario Angeloni. Una figura, secondo me, molto romantica di cui si sapeva, si sa, pochissimo. Un perugino che poi ha avuto una vita molto avventurosa in Italia e in Europa fino all’epilogo. È stato uno degli antifascisti più importanti per l’Umbria ma direi nello scenario internazionale. Basta rendersi conto delle persone che frequentava sia nei momenti di lotta antifascista, del primo antifascismo, sia nelle isole di confino sia in Francia e Spagna dove vivrà.

All'interno della ricerca storica per il romanzo, ci racconti i due fatti in positivo e i due in negativo che ti hanno maggiormente colpito?

Dunque i due fatti positivi che mi hanno colpito sono: la sua partecipazione così attiva al primo antifascismo. Io tendo a dividere la prima fase dell’antifascismo che ha una storia dalla seconda che forse conosciamo meglio e che è quella della resistenza. Della prima conosciamo poco. Da quello che ho trovato ha questo ruolo, questo carisma che lo porta a diventare un oppositore e subirne tutte le conseguenze. La seconda nota positiva che ho trovato in questa figura è senz’altro l’umanità, la voglia di vivere. L’idea in un’isola di confine di organizzare un campo da calcio per persone di una certa età, già matura. Immagino questi incontri tra anarchici, comunisti, socialisti, insomma tra tutto l’antifascismo. Quelli negativi sono un po’ il contesto del centro Italia, che è davvero un contesto drammatico tra il 1919-1922 e spesso, anzi molte volte non ci rendiamo conto quale è stata la dimensione della guerra civile che si è combattuta tra biennio rosso e poi avvento del fascismo nel 1922. L’Umbria è stata la prima regione fascistizzata: da regione socialista diventa una regione fascista in pochi mesi attraverso la violenza. E il secondo aspetto è stato proprio questo, la violenza. Fatti che non conoscevo che poi ho trovato grazie a bellissimi libri, documenti, davvero interessanti.

Quali sono state le principali fonti che hai sfruttato per stendere “36”?

Sono patito da un libro, un diario- ricordo, della moglie del protagonista Giaele Franchini che scrive, siamo negli anni ’70, un ricordo del marito e di tutta quella vicenda che in pratica è la prima parte della sua vita. Poi da lì mi sono incuriosito e ho iniziato a cercare tra archivi, casellario politico centrale ma anche libri usciti su quel periodo storico e anche giornali dell’epoca che aiutano a capire il clima e i punti di vista differenti.

In un incontro di presentazione dicevi che l’antifascismo si può fare iniziare nel ’36. Ci spiegheresti meglio?

Questa è una ricostruzione, un’analisi abbastanza diffusa anche tra diversi storici. Non significa che l’antifascismo nasca nel ‘36. Nasce un antifascismo militare. Per la prima volta un gruppo di persone esce dalla fase del complottismo che aveva caratterizzato gli anni precedenti. Il tentativo di attentare alla vita di Mussolini o il semplice complotto lascia spazio a giovani che si organizzano militarmente. Il primo gruppo che parte per la Spagna nel luglio del’36 è simbolico perché è la prima volta che un gruppo di persone cerca le armi inizia a combattere il fascismo. “Oggi in Spagna, domani in Italia” fu lo slogan coniato da Carlo Rosselli, che non a caso viene individuato come uno dei nemici più importanti del fascismo. Forse il più importante perché è il primo antifascista già molto attivo durante l’esilio in Francia e apre la strada a un’organizzazione militare, a una risposta vera che non fosse soltanto complottistica.

Perugia è stata purtroppo una sorta di quartier generale per preparare la marcia su Roma. Ci racconteresti qualcosa in merito? Questa parte della storia come è vissuta e raccontata nelle memorie dei perugini?

Di questa storia non è che se ne parli molto. A parte che sono passati cento anni dal ’22, quindi non ci sono eventi o momenti. C’è della documentazione in cui si raccontano quelle giornate e che io ho provato a romanzare. Giornate drammatiche in cui i quadrumviri che arrivano a Perugia cercano di coordinare la marcia su Roma e lo fanno dall’albergo forse più importante della città. È una situazione molto curiosa. Molti perugini non lo sanno, molti italiani in generale non se ne rendono conto. Però una nota molto curiosa, veramente interessante immaginare, almeno per me, quei momenti di concitazione, perché ricordiamoci c’era uno stato d’assedio con l’esercito che aveva bloccato gli squadristi che stavano marciando su Roma alle porte della capitale. Salta tutto nel momento in cui il re apre le porte della città per i fascisti e il giorno dopo per la formazione di un governo fascista.

È un romanzo fatto di varie e ben descritte figure femminili, è un romanzo di giovani, ma soprattutto è un romanzo di persone appassionate alla politica. Che cosa, secondo te, rende ora il dibattito politico così meno attrattivo, in particolare per i giovani?

Ci sono delle figure femminili, ho provato nel modo migliore per me possibile: sono uomo e non è scontato che ciò avvenisse fatto bene. Ho provato a raccontare i turbamenti di due persone; frustrazioni, sogni differenti di due donne con due nature diverse. E poi ho inserite queste due donne in un contesto di giovani e in un’epoca in grade trasformazione. Un ‘epoca molto differente e distante dalla nostra attuale. Un’epoca irripetibile, come irripetibile la partecipazione, almeno in quel modo, alla vita politica. Non ce la minima possibilità, secondo me, di ripetere quegli anni per un semplice fatto: li ci trovavamo di fronte una massa di persone, il proletariato, che entrava per la prima volta nel dibattito. Siamo tra prima e dopo la prima guerra mondiale ed è il momento in cui nascono partiti di massa, sindacati. C’è un fermento impressionante: è la massa che irrompe nella società, il proletariato vuole dire la sua, vuole provare a governare, c’è addirittura il sogno della rivoluzione he avviene in Russia e che continua a serpeggiare negli altri paesi europei. Questo oggi è impossibile siamo concentrati in una sfera individuale pazzesca ed esasperata e a volte sembra che non ce ne accorgiamo. È ormai diventato obiettivo di tutti capire cosa fare dopo il lavoro, quali passione, quali interessi sviluppare. Non c’è più attrazione per il “noi”. Il “noi” era qualcosa anche di automatico a inizio ‘900 o dopo la prima guerra mondiale perché erano così tante le persone che chiedevano di entrare nella società e di finire quella fase risorgimentale che aveva visto soltanto la borghesia protagonista. Da quel momento inizia un protagonismo che ha poi portato a una crescita in tutti i paesi europei, se non altro crescita economica, e che oggi ci lascia una dimensione molto individualista e frammentata. Difficile pensare e capire cosa potrebbe avvicinare ei giovani alla politica. Forse è cambiato il modo in cui ragionano i giovani. E forse è sbagliato pensare che i giovani se debbano interessare in quel modo alla politica. Dobbiamo ripensare alla politica in base a questa nuova epoca cercando di non fare errori come già successo nel passato.

Cosa speri possa lasciare nel lettore e nella lettrice la lettura di ’36?

Spero che si faccia molta attenzione a quando si parla di “cambiamento”. Spero sia questo il massaggio anche del romanzo. Parola bella, bellissima; tutti noi cambiamo nella vita, non esiste persona che non cambi. Però è una parola che spesso viene abusata, ne abbiamo abusato nell'ultimo decennio in mille modi anche politici. Però questa parola, attenzione, può prendere vie impreviste. Anche il fascismo è stato un modo di cambiare. C’erano differenti tipi di cambiamento sul tavolo dopo prima guerra mondiale, uno dei cambiamenti poteva essere la rivoluzione però nel caso italiano siamo arrivati a uno a controrivoluzione, che veniva sbandierato come cambiamento. Generalizzare, fare confusione, usare questa parola in modo populistico rischia di generare dei mostri.

 Il libro è edito dalla Bertoni editore, realtà perugina. Come hanno accolto la tua idea di 36?

Bertoni ha accolto l’idea del romanzo velocemente, è piaciuta subito l’idea di raccontare una storia vecchia ma anche attuale, di cui poco si sapeva. Abbiamo pubblicato il romanzo durante la pandemia, avevamo dubbi se farlo o meno. È un anno molto particolare questo che ci stiamo lasciando, spero, dietro. Abbiamo un po’ rischiato però siamo contenti del risultato. 

Grazie a Luca e correte tutt* a leggere 36!

 
 
 

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