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Sherwood Spicy Interview

presenta Kaouenn

21Marzo2021

Le interviste permettono di entrare in contatto con la storia degli artisti, con i loro sentimenti anche con la loro maschera. Non tutte le risposte sono sincere, non tutte sono fake. Parlano di vite, aneddoti, successi, sogni e difficoltà. La Sherwood Spicy Interview racconterà come una qualsiasi intervista e sul finale alzerà bonariamente il livello di piccantezza, un’intervista dopo l’altra salirà i gradini della scala di Scoville, dall’esotico Jalapeño fino a raggiungere le fiamme del Pepper X.

Qui inizia il viaggio alla scoperta di Kaouenn, musicista caleidoscopio dal linguaggio elettronico che mescola grammatiche diverse come esperanto artistico: ascoltando il nuovo lavoro Mirages si naviga tra vibrazioni rock, world music e ambient. Inevitabile il connubio con la visual art che ben si sposa con l’immaginario creato dall’artista. Consigliatissimo.

Le regole sono sempre le stesse: faccia tosta vs faccia tosta. Livello HOT: Chile de árbol

  1. Ciao Nicola raccontaci perché hai scelto Kaouenn come tuo moniker?

Ciao. Avevo scelto il gufo come animale totem di questo progetto, dato che, almeno inizialmente, era incentrato su musica elettronica notturna ed oscura. Inoltre, in quel periodo ero rimasto ammaliato dal sonetto I Gufi di C. Baudelaire, contenuta ne Les Fleurs du Mal: alla vigilia di un cambio di vita importante per me, come quello di emigrare all’estero, l’ho trovato un monito su cui riflettere. Contiene temi come l’opposizione tra l’uomo ebbro e il saggio, la dialettica notte e giorno, moto e staticità (l’ho anche musicato nel primo album nel brano Les Hiboux). Definito questo aspetto, si trattava di trovare un nome che suonasse bene alle mie orecchie e che avesse un legame forte con il mio vissuto: la traduzione del nome gufo in lingua bretone, Kaouenn appunto, era perfetta. La Bretagna è una terra bellissima, che ho avuto modo di visitare qualche anno fa: è un teatro naturale di forze ancestrali e contrasti: le maree, i venti, le scogliere, le foreste. Un paesaggio bellissimo e, al tempo stesso, austero.

  1. Sei un poli strumentista: hai uno strumento che prediligi per comporre la tua musica?

Se sono ispirato parto da un giro, o un suono, o un’atmosfera di chitarra o tastiera. In altre parole dagli strumenti più a portata di mano. Quando scarseggiano le idee armoniche/melodiche, invece, mi capita di mettere in loop una figura ritmica per improvvisarci un po’ su e vedere se mi fa scattare qualcosa. Quello che è certo, è che gli strumenti a fiato (sax e xaphoon) li uso come elementi di arrangiamento, per cui fanno capolino sempre dopo aver strutturato un minimo il brano. Non ti nascondo che, in futuro e non necessariamente per questo progetto, mi piacerebbe cambiare approccio e iniziare le composizioni dal sax, per esplorarne nuove sonorità e per vedere che risultati riesco ad ottenere.

  1. Come sei finito nel mondo dell’elettronica? Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

Sono sempre stato interessato ad un certo uso dell’elettronica all’interno della musica rock, base della mia formazione di musicista e ascoltatore. Dalla seconda metà degli anni ’90, ancora adolescente, iniziai a prestare attenzione alle sonorità e agli arrangiamenti di Nine Inch Nails e certi Smashing Pumpkins, ad esempio, che mi dettero il la per allargare gli ascolti in varie direzioni: ritornando indietro agli anni ’70 di Kraftwerk, Faust, Popol Vuh e Tangerine Dream, da un lato, e iniziando ad interessarmi alle sonorità contemporanee del trip-hop di Massive Attack e Portishead, dall’altro. Negli anni successivi, naturalmente, ho poi apprezzato tanti altri artisti “elettronici”, dai Boards of Canada ai Moderat, ad esempio. Ma se dovessi individuare il riferimento artistico più significativo per me, sceglierei senza dubbio l’immenso Brian Eno

  1. Mirages è un album dai molti colori: in che percentuale consideri le tue esperienze personali, le tue emozioni, aver influenzato il tuo lavoro rispetto alla mera esigenza di sperimentare o come puro esercizio di stile?

Direi che il disco è un bel mix di queste due istanze. L’uno e l’altro approccio fanno entrambi parte del mio modo di sviluppare la composizione, sicuramente con una parte emotiva più preponderante. È naturale, secondo me, che il proprio bagaglio di vita vada ad influenzare l’espressione in musica: se non succede nell’immediato secondo un nesso diretto di causa-effetto, succederà in seguito, dopo opportuna rielaborazione. A prescindere da questi aspetti, comunque, nel caso di Mirages c’è, alla base, la forte volontà di spingere l’ascoltatore ad intraprendere un viaggio immaginario. Il suscitare immagini e creare paesaggi sonori che possano far lavorare la fantasia di chi ascolta, sottintende, a mio parere, trasmettere emozioni.

  1. Appari molto legato alla visual art e all’estetica della musica, cosa che personalmente apprezzo molto: in qualche modo attingere alla dimensione visiva ti aiuta nella composizione? Oppure l’immagine è conseguenza della musica?

Sicuramente il processo che mi ha portato a questo utilizzo delle proiezioni è stato dettato, in prima battuta, dalla mancanza di “dinamicità" dei primi concerti. Venendo da anni di live con diverse band dove il lato fisico della performance era forte, quando mi sono ritrovato da solo sul palco per questo progetto ho ritenuto necessario inserire delle immagini in movimento per sopperire alla mia staticità. Da lì l’impiego della visual art si è via via evoluto ed ha assunto sempre più importanza nel progetto, e, se fino ad oggi è stata quasi sempre la musica ad ispirarla, mi sto pian piano allenando a musicare immagini e filmati da zero.

  1. Il tuo album è uscito per diverse etichette: Atypeek Music (Lione), Beautiful Losers (Venezia), Bloody Sound Fucktory (Jesi, AN) e Ph37 Soundlab (Nizza). Come sei riuscito a far collaborare realtà diverse?

Mettendomi in gioco, coordinando e lavorando sodo in prima persona. Sicuramente è grazie alla buona volontà di fare le cose per bene che sono riuscito ad attirare l’attenzione di alcune di queste realtà. Ad esempio Beautiful Losers mi ha scoperto tramite il singolo Immaterial Jungle che avevo pubblicato a maggio 2020 come anticipazione delle sonorità che avrebbero caratterizzato Mirages, l’album di futura pubblicazione. Da lì è nato un rapporto di stima reciproca e di proficua collaborazione che prossimamente, magari, porterà anche a nuovi sviluppi.

Ora che sappiamo qualcosa in più di te e del tuo progetto, è il momento di alzare la fiamma e speziare.

  1. Sei capace di odiare? Cosa è successo l’ultima volta che hai detestato qualcuno e perché?

Certo che sono capace di odiare, e credo lo siano tutti… in fondo è “Lato B” dell’amare. Per come sono fatto, però, cerco di scansare questo tipo di sentimenti tossici e di approdare il più velocemente possibile all’indifferenza nei confronti della controparte, anche se ci vuole impegno. L’ultima volta che mi è scattato un sentimento del genere è stato un anno fa circa, in corrispondenza della rottura con una band di Nizza in cui stavo facendo il bassista da qualche mese. Non entrando nel merito delle reciproche responsabilità, quello che mi ha fatto imbestialire è stato il tono accusatorio e sgarbato delle ultime parole che mi hanno rivolto i due componenti, tra l’altro, via messaggio. Non c’ho pensato due volte ad abbandonarli. Da quel giorno non ci siamo più visti ne sentiti, primo caso del genere per me da quando suono nelle band, cioè da fine anni ‘90.

  1. Quale è la tua opinione sulla moderna società? Che cosa provi nei confronti degli esseri umani contemporanei?

Domandona. Trovo che la società moderna sia complessa e altamente fragile. Tutto gira intorno al profitto che ha riscritto interamente la scala di valori del genere umano, disumanizzandolo. Trovo obsoleto e profondamente malvagio continuare a ragionare sul PIL degli stati e sui “soliti e non più solidi” sistemi produttivi senza tenere veramente in considerazione la salute del nostro pianeta e, quindi, la nostra. Temo che i proclami di questi mesi sulla programmazione di una transizione ecologica per un futuro sostenibile rimangano tali, non realmente attuati. È un sistema malato in cui tocca vivere e convivere: degli altri esseri umani mi spaventa soprattutto l’ignoranza, che poi si manifesta in tante forme di violenza ed esclusione. Unica via di fuga è la ricerca della bellezza.

  1. Cosa pensi del mondo della musica: riesci a destreggiarti tra competizione, ambizione, arrivismo oppure subisci questo genere di dinamiche con le quali chi vive contesti artistici primo o poi si trova a fare i conti?

A me le competizioni non sono mai piaciute, le soffro emotivamente. Quindi puoi immaginarti cosa possa pensare di certi ambienti ultra-competitivi. Da questo punto di vista, produrre musica “di nicchia” costituisce ancora una buona protezione per tenermi alla larga da quei circuiti a cui fai riferimento. In fondo, la mia prima ambizione è quella di continuare a fare - in modo sostenibile - la musica che mi fa emozionare e viaggiare, per tenere in equilibrio il mio spirito e farmi stare bene. In tempi recenti, l’ultima volta che ho percepito la competizione in un contesto artistico è stato proprio all’interno di quella band di cui parlavo prima, e già ti ho detto com’è finita. A me piacciono le sinergie, le collaborazioni, il migliorarsi insieme con aiuto reciproco.

  1. Quale è l’artista più arrogante con il quale ti sei trovato ad avere a che fare?

Posso rispondere come alla domanda 7 e 9? Ahah, a parte scherzi, sinceramente non saprei… queste sono quelle tipologie di ricordi che tendo a rimuovere. Negli anni in cui ho avuto varie band in Italia, era sempre uno dei miei compagni a dirmi “ti ricordi di quella volta che tizio si è comportato in quel modo?”. E io, puntualmente, non mi ricordavo nulla, se non qualche episodio che mi aveva fatto divertire piuttosto che arrabbiare.

Puoi ringraziare qualcuno: un nome sopra tutti. Scegli tu.

Probabilmente mia madre, per avermi obbligato, poco più che bambino, ad imparare a suonare il sassofono. Nonostante la mia ritrosia iniziale, il suo impulso ha fatto si che si insinuasse in me questa passione divenuta via vai travolgente.

 
 

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