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El Diablo Rojo: sogno o son stoner?

Recensione della seconda fatica della band calabrese El Rojo

24Gennaio2021

«James, sei tu?»

È questa la prima impressione che ho ascoltando la potente e calda voce di Evo Borruso, cantante della band calabrese El Rojo.
Il rimando all’Hetfield di Master of Puppets o ...And Justice For All sembra presto fatto, ma rispecchia solamente la punta dell’iceberg dell’ascolto.

Le cose da dire su questo lavoro sono diverse, e non voglio togliere spazio a nessun membro del gruppo.
Andiamo quindi con ordine, senza perdere nulla per strada.

El Diablo Rojo rappresenta la seconda fatica del complesso stoner rock di Morano Calabro, dopo il buon EP 16 Inches Radial del 2016.
La disperazione e l’angoscia, dovuta principalmente all'amara consapevolezza di un futuro incerto e alla desertificazione della terra madre, sono il leitmotiv che tira avanti il carro; e lo fa per bene, con annesso cocchiere e cavalli dalle resistenti imbracature.
Ciò lo si può evincere - in parte - anche dall’artwork, una piovra rossa figlia degli abissi e cattiva come il Diavolo che, con i suoi occhi accesi come lampioni in strade poco illuminate, guarda dritto a noi con vivida rabbia.

La famiglia El Rojo ci tiene a far presente delle proprie origini, e lo fa attraverso la prima traccia dell’album chiamata, per l’appunto, South
Un entrée distorta, che fa ben presto capire di che pasta sono fatti i ragazzi.
Il riff iniziale sembra inneggiare ad un circle pit, ma tutto il resto della canzone dà l'impressione di correre invece con il piede a tavoletta. Il tutto a bordo di una decappottabile nera impolverata nel deserto dello Yucátan.

Sebbene si delineino infatti come Desert/Stoner band, le influenze all'interno di El Diablo Rojo sono molteplici: non sembrano difatti solo figli di quelle band come Kyuss o Sleep, ma anzi, la carica che dimostrano in El Camino (senza Jessie questa volta) e nelle successive The Wanderer e Colors si avvicina maggiormente ad una connotazione thrash, più sferzante ed energica.

Arriva quindi il turno di Ascension, che più che farti ascendere, ti fa sprofondare negli abissi più bui, dove la piovra rimane pronta ad accoglierti con i suoi innumerevoli tentacoli.
I due Fabrizio (Miceli e Vuerre), chitarristi del gruppo, calcano la mano e regalano manate aperte alla Bud Spencer, trasportando l’ascoltatore in un universo parallelo dai toni più lenti, profondi, doom.
Anche la voce di Evo si tinge di simil-growl, quel poco che basta per farlo assomigliare a un Phil Anselmo di vecchia memoria. Dovendomi ricredere sul parere iniziale.

In effetti l’album è questo.
Un roller-coaster di stili vocali (non nego la sorpresa nell’acuto lanciato verso la fine di When I Slow Down, dalle sfumature quasi power) e un banco di prova dal punto di vista strumentale.
Di notevole impatto anche Antonio Rimolo e Pasquale Carapella, rispettivamente batteria e basso, senza i quali l’intero palco non reggerebbe e il tutto andrebbe a perdere di struttura.
Immancabile poi la ballata, Cactus Bloom, che fa vagare col pensiero e fa tirare un sospiro al disco prima di chiudere con Dragonfly, cui il duo di chitarre regala una intro che difficilmente ti scordi.

Quindi cos’è El Diablo Rojo
Beh, un buon album, quaranta minuti orecchiabili che ti trascinano lungo le vallate desertiche del sud della nostra penisola in modo sferragliante.
L’augurio è di continuare su questi passi e di osare, perchè ragazzi, le premesse sono davvero ottime!


 
 

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