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Prairie - And the Bird Said: Cut Me Open and Sing Me (Denovali, 2020)

Oscure trame sottopelle

19Gennaio2021

Prairie è il progetto musicale di Marc Jacobs, produttore e polistrumentista di Bruxelles ma originario dei Paesi Bassi. Marc che ha suonato in diversi festival europei e tra l’altro è stato anche supporter degli Apparat, on-stage si avvale di due o tre musicisti per ricreare le proprie sonorità ed atmosfere.

And the Bird Said: Cut Me Open and Sing Me realizzato nel suo studio in città e tra le montagne delle Cévennes francesi, è il secondo album, uscito stavolta per l’etichetta tedesca Denovali lo scorso 30 ottobre. Il musicista ha utilizzato svariate tecniche di registrazione, apparecchiature analogiche, sintetizzatori, chitarre elettriche a pedale, amplificatori e voci campionate. Strutture sintetiche multistrato si fondono così con manipolazioni sonore, rumori e field recordings. Molto interessanti e suggestive sono le parole con cui lo stesso Jacobs descrive il suo ultimo lavoro. « Questo album è stato ispirato dal silenzio degli uccelli, dal tono di una discussione tra madre e figlia, dai gemelli Sandsnipe, dal lamento costante delle sirene, dal ricordo di un brano di Vangelis, da un rifugio di montagna, dal fumo, da una pistola, dalla polvere nel retro di un camioncino, dal colore di Robert Frank, dalla privazione del sonno, da una lunga attesa, da un po’ di  rosso libanese, dal caso, da una singola nota, dall'ipnagogia a montagne russe, da sussurri di speranza, da una ninna nanna cinese mutante, da un paio di frecce, da una registrazione di una cena di famiglia, da labbra sigillate, dall'insistenza di Max Roach, dal Senza Titolo ».

Radiazione Čerenkov, decadimento isotopico, elettricità statica, allucinazione sonora, un flusso onirico, plumbeo, quello della disorientante e narcolettica prima traccia Boy’s First Kill. Nella semioscurità, una piccola radura si apre tra gli arbusti al centro di un bosco, scorgiamo una figura solitaria, si odono parole sconnesse, smarrimento agorafobico, panico immobile: immagini sgranate e in bianco/nero sono quelle dell’angosciante video diretto da Khristine Gillard per la visionaria Cut Me Open.

Un frinio di cicale ed insetti, il cinguettio di uccelli, rappresentano invece solamente il prologo di Facing the Laccadive che lascia ben presto spazio a formicolii elettrostatici, modulazioni soniche, onde sinusoidali su frequenze vagamente cetacee. Interludi ventosi che accompagnano la variegata fauna aviaria della regione francese del Carmargue (nell’omonima traccia), fanno da intermezzo ad episodi caratterizzati prevalentemente da dilatazioni ambient ed eteree risonanze sul richiamo ossessivo di una sirena (One Eyed Cage) o a sospiri e scricchiolii di sinistre presenze (Tendress). Passaggio obbligato dallo stato di veglia agli stadi del sonno non-REM e alla successiva fase REM, alternanza di onde cerebrali, movimenti oculari, tono muscolare.

Una singola nota riecheggia solitaria, espansa, quasi impercettibile nel suo incedere, inframmezzata da monosillabi di una voce femminile appena sussurrata in View/Viewer per un tempo che sembra non finire mai, finché una bruma dronica non si materializza all’orizzonte deflagrando e sublimandosi in rumore bianco e detriti noise. Dieci interminabili minuti che sembrano usciti direttamente dalla soundtrack della serie Netflix “Dark”, sonorizzata dal producer e musicista australiano trapiantato in Islanda Ben Frost.

And the Bird Said: Cut Me Open and Sing Me, è un album dalle trame decisamente cinematografiche, intriso di non-melodie che rivelano una spiccata capacità narrativa del suo autore. Sarà per tale motivo che sin dal primo ascolto mi sono venuti in mente dei fotogrammi, chissà, magari subconsciamente, quelli di un film inquietante, ma allo stesso tempo decisamente affascinante, che vidi tanti anni fa. Si tratta di Under the Skin di Jonathan Glazer, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Fraber, che racconta di un aliena che si “veste” letteralmente del corpo di una donna per vagare enigmaticamente tra le strade di una Scozia surreale e desolata, per raccattare ignari passanti e autostoppisti, sedurli e impossessarsi della loro energia vitale. Un corpo evidentemente soltanto esoscheletro, involucro di un - Io - che forse non conosciamo e che dobbiamo imparare a comprendere. Metafora probabilmente della distanza che separa un soggetto, ovvero ciascuno di noi dal proprio corpo, che ci spinge a chiederci chi siamo e cosa realmente vogliamo.

Cut Me Open and Sing Me.

 
 

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