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Frana - Disastersss: come un fulmine nella tempesta

Intervista per il nuovo album alla band milanese

30Dicembre2020

Rombo di tuono! Basterebbe questa parola per descrivere il nuovo secondo album dei Frana, ovvero Disastersss. Una creazione che lascia spazio a tanto punk, post punk e noise nei filamenti sonori di un ascolto scorrevole, compatto, a tratti eccitante, ad altri granitico, in altri ruvidamente intimo.

Sono le dimensioni dell'ansia e del fuori posto a venire lanciate e urlate senza sosta, una sorta di caotica dimensione essenziale per mediare le angherie interne e arrivare in territori umanamente più appaganti.

Se volete qualche reference di nomi già ascoltati, magari, per darvi un'idea di chi sono, prendete la resa scarna e dirompente degli Idles e metteteci le texture degli italianissimi Riviera. Non è comunque affatto facile dare delle coordinate definite perché l'identità rimane originale, poco italiana e molto estera come pasta, feeling all'ascolto. Questo è un ulteriore pregio per capire quanta apertura possa avere Disastersss.

Avete presente quanto sentite un caccia passare sopra le vostre teste, nel cielo libero estivo? I Frana suonano esattamente così a livello d'immaginario, come se quell'aereo fosse composta dagli strumenti della e guidata dalla band. Facile che potreste giocare ad Ace Combat con questo Lp sotto.

Visto m'è piaciuto tanto, ho deciso di intervistare il gruppo e scoprire meglio i dettagli di background! Buona lettura...

1) Nel disco si percepisce molto “caos non controllato” inserito nei sound e nei testi dei brani. Da dove deriva? Quali esperienze di vita vi hanno guidato nella sua scrittura?

Luca: Si parte con una domanda difficile… Il caos fa sicuramente parte dell’equazione. Ci piace la sporcizia sonora, ci piacciono le chitarre che sferragliano, il basso che romba, i piatti che smerigliano le orecchie. Che si sentano note e armoniche che non sai da dove arrivano, è molto bello il non sapere cosa stai suonando ma che, in qualche modo che non capisci, sta funzionando e ha una sua identità. Questo vale anche per i testi. Quando scrivo non ho la minima idea di cosa io stia dicendo, sono parole che prendono il posto di suoni senza senso. Poi rileggendo capisco che in realtà un significato c’è e che il cervello sta cercando di dirmi qualcosa. Da dove deriva? Credo sia stressante e logorante avere il controllo delle cose, ed è una cosa che uno deve già fare nella vita di tutti i giorni. Credo sia sano che almeno nella composizione uno si senta libero di non seguire una logica o uno scopo.

Fra: Il caos è tale in quanto percepito. Se mi dici caos, mi viene in mente il mitico Ian Malcolm: “Niente si ripete mai e tutto influenza il risultato”. Ciò che a prima vista sembra casuale può non essere altro che qualcosa di talmente complesso da non lasciare trasparire le ben definite leggi intrinseche che in realtà lo regolano. Sono riuscito a evitare la domanda?

2) Dicono spesso che “la musica cura”, una delle frasi fatte tipiche degli ascoltatori. Ma dal punto di visti di voi artisti questa frase che senso ha: la realizzazione dell’album vi ha aiutato/sta aiutando a superare dilemmi personali? Se si, come?

Luca: Di sicuro ci ha aiutato a non perdere proprio tutte le biglie durante il lockdown di marzo, quando il tempo era una melassa fastidiosa e irritante di Quarantedì tutti uguali. Completare i pezzi e portare avanti la pre-produzione di Disastersss ci ha evitato traumi ben più gravi. Lockdown a parte, Disastersss è una specie di manuale di auto-medicazione, scriverlo mi ha aiutato a tirare fuori cose che non sapevo nemmeno di pensare e prendere le distanze dai pensieri cupi che sono usciti durante la scrittura dei testi, e disinnescarne il potenziale distruttivo con una lettura paradossale e autoironica. 

Fra: Il titolo del disco, prima di assumere (ironia della sorte) significati più generali, voleva proprio riferirsi ai quei disastri personali, o dilemmi come li hai chiamati. Come la copertina del disco ed i testi cercano di comunicare, nella vita ci sono situazioni che possono apparire disastrose per colpa di noi stessi più che delle circostanze, in realtà basterebbe guardare le cose in prospettiva per sentirsi meglio e apprezzarne pure la comicità. Scrivere musica è sicuramente un modo per farlo.

3) Moody Glues (per me la canzone più forte del disco) da come l’avete descritta narra della nostra tendenza/bisogno/voglia di auto sabotarsi per mandare tutto a signore della notte. Secondo voi è catartico come comportamento, cioè una via per ritrovare dal casino l’ordine? A voi musicalmente torna utile?

Luca: L’autosabotaggio è qualcosa che uno fa senza accorgersene spesso, è un modo molto facile per sfuggire alla paura di fallire, nonostante l’impegno e il sacrificio. La catarsi, se così si vuole definire, inizia col riconoscerlo, scriverne un testo infilandoci metafore assurde, e prendendone le distanze dando al pezzo un titolo improbabile. Che poi fallimento e goffaggine hanno sempre fatto parte dell’immaginario Frana, a partire dal nome.

4) Quando siete in fase di registrazione come gestiste la creazione del disco: dalla scrittura, al rec, alle fasi finali di mix, master e scelta grafiche?

Luca: Premetto che Disastersss è il primo disco che scriviamo con questa formazione ed è il primo disco che abbiamo, in parte, scritto, registrato e mixato a distanza, causa lockdown e confini regionali chiusi. È stato un gran casino mettere assieme tutti i pezzi, abbiamo fatto le riprese della batteria al Trai Studio a Inzago, registrato le linee di chitarra e basso a casa per poi fare il reamp sempre al Trai Studio, le voci le ho fatte un po’ in sala prove, un po’ in salotto e soprattutto in isolamento nello sgabuzzino, motivo per cui i vicini di casa conoscono a memoria i testi di Disastersss. Fatte le riprese, abbiamo mandato tutto a TJ Lipple a Washington DC. TJ sa il fatto suo, ha fatto un bel po’ di cose per la Dischord Records, e ha lavorato su dischi per noi sacri, come Drescher degli Haram. Ha capito il disco, e secondo noi ha lavorato benissimo sul mix di Disastersss, mettendo il suo gusto dove le nostre indicazioni non potevano arrivare. 

Fra: Ci siamo trovati a marzo con alcuni pezzi non completamente finiti, e con le date fissate in studio a maggio in pieno lockdown. Ci siamo dovuti inventare il modo di tirare insieme il disco, e devo dire che è andata alla grande, tra registrazioni casalinghe, videochiamate, mix a distanza e tutto il resto. Il mastering l’abbiamo fatto da Carl Saff a Chicago, un uomo una garanzia. Provate a trovare un disco su cui ha lavorato che suoni male. Sulle grafiche e le copertine dei dischi invece ho sempre lavorato io, anche se ci è capitato di collaborare con due disegnatrici bravissime: Silvia Sicks per il nostro ultimo album, e Alice Milani per un precedente 7”. Questa volta abbiamo scelto una foto per la copertina, dove potete vedere Ginger in tutta la sua insicurezza e ansia. La foto l’ha trovata Luca per caso su Disapproving Corgis, e quando ce l’ha fatta vedere è stato chiaro a tutti che quella sarebbe stato il soggetto di copertina, non poteva essere altrimenti. Fortunatamente il fotografo è stato subito d’accordo, e da lì a mettere insieme tutte le grafiche è stato un attimo.

5) Molte dei vostri testi sembrano raccontare trasversalmente storie di outsider, senza però essere veramente perdenti veri e propri, degli esseri umani che alla fine si accettano: come fare per essere un vero musicista senza hype attorno, il quale pare necessità essenziale oggigiorno? Ve lo chiedo perché il vostro stile è molto diretto e privo di stronzate.

Luca: Quello che dici è abbastanza vero, i testi parlano di disabilità emotive, problemi di comunicazione, ansia e incapacità di star fermo, ad esempio, che sono cose personali, assolutamente reali e credo abbastanza comuni. Uno impara un po’ a lavorarci sopra e a farci pace col tempo (e i capelli bianchi). Tutto l’immaginario Frana è anche la celebrazione del fallimento di un piano male architettato, letto in chiave autoironica. Avere hype a tutti i costi non ci è mai interessato, così come non abbiamo mai voluto fare qualcosa “alla moda” o che “potesse piacere”, abbiamo sempre cercato di dare al progetto una propria personalità, essere il meno paraculi possibile e fare le cose che ci piacevano.

Fra: Per quanto faccia ovviamente piacere avere l’attenzione del pubblico, mettersi in mostra non è mai stato il nostro punto di partenza e nemmeno di arrivo. Nello stesso tempo, per me vale la regola di essere sempre spietati nel giudicare sé stessi, di non essere auto-indulgenti. Siamo fermamente convinti che se riusciamo a tirare fuori qualcosa che ci gasa davvero, qualcun’altro si gaserà assieme a noi. 

Grazie mille per il vostro tempo!

Ciao a voi e grazie mille a voi dello spazio e del tempo che ci avete dedicato! A presto, quando si potrà!

 
 

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