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Dalla calda Los Angeles col sound modern '70: Paul Dutton

16Novembre2020

Fitta barba, occhialoni come schermi, cappello con larghi bordi, sguardo orientato all’orizzonte.

Paul Dutton sembra sul serio fuoriuscito dagli anni ’70. La sua musica, infatti, contiene tanti riferimenti, seppur fatti propri e scomposti, al panorama musicale americano di quegli anni.

Il giovane Paul proviene dalla California, dalla piccola cittadina litoranea del Cayucos. Pare proprio che sia stato il caldo californiano, in combinato con la spuma delle onde agitate, ad aver ispirato un album da un notevole fatturato.

Due tracce, solo due, l’omonima Walls of light e Collective, ma che sul serio bastano a presentare un esperimento musicale di una poeticità unica. Le armonie vocali sognanti risuonano su un letto di chitarre acustiche ora, ed assoli di chitarra elettrica in wah-wah, poi.

Non sono estranei al disco contrastanti dicotomie di luci ed ombre, incrementate da elementi psichedelici e cori vibranti. Una pre-produzione dei Led Zeppelin in chiave moderna, con un cipiglio melanconico ed onirico.

Walls of Light, LP, è stato rilasciato il 30 ottobre 2020 in autoproduzione senza alcuna etichetta alle spalle. Paul è un self-released, canta ed è un polistrumentista di rilievo. Nelle tracce suona la chitarra, il basso e la batteria, di appoggio, invece, c’è Brett Hammond alla seconda chitarra e ai cori.

Non resta che attendere, magari seduti sulla sabbia, nuovi esperimenti musicali di quest’artista, unica pecca sta nel fatto che il disco termini proprio sul più bello.

La domanda che infatti sovviene immantinente è: “Perché non ha continuato?”.

 
 

 
 

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