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Sibilla Aleramo

Come una scrittrice (quasi) sconosciuta del ‘900 può insegnarci ancora molto sulle donne

28Settembre2020

Sibilla Aleramo è una figura particolare, per nulla facile da comprendere al giorno d’oggi, con una storia ancora più particolare.

A suo tempo ebbe molto successo, bazzicava i migliori ambienti culturali dell’epoca (parliamo della prima metà del ‘900), era apprezzata da D’Annunzio, poi da Quasimodo. Fu dimenticata facilmente nel Dopoguerra, forse perché la sua prosa era ancora troppo legata ai retaggi ottocenteschi, o perché il suo stile era così vario, si potrebbe dire anche impersonale, che non fu più considerata degna di nota. Ora è caduta nell’oblio, nelle antologie dei licei non compare nemmeno per sbaglio (non che le antologie diano una garanzia di qualche tipo per quanto riguarda le scrittrici, Deledda dopo un Nobel è quasi sempre nominata giusto en passant) e il grande pubblico molto probabilmente non l’ha mai sentita nominare.

Eppure credo che sia una figura da conoscere, in primis come donna, e poi come scrittrice.

Nata Marta Facci, detta Rina, la sua era una famiglia borghese, il padre dirigeva una fabbrica nelle Marche, per cui si era spostato in un piccolo paesino obbligando la figlia ad abbandonare gli studi, dopo aver terminato appena le elementari. Rina continuò a studicchiare a casa, ma ben presto venne assunta dal padre come segretaria e cominciò a lavorare in fabbrica. Conobbe qui un giovane, che la sedusse, per usare il linguaggio dell’epoca, e abusò di lei.

Questo è un punto chiave della vita di Aleramo: molto probabilmente fu ciò che la portò alla scrittura, dopo una tortuosa strada piena di dolore.

Lei comunque era innamorata, lui forse anche, forse no, fatto sta che si sposarono ed ebbero un figlio. Comincia una fase buia e piena di sofferenza per Rina: il marito era indescrivibilmente geloso, lei viveva segregata in casa e costantemente controllata, era violento.

Da tutto questo uscì grazie alla scrittura. Negli anni passati chiusa in casa cominciò fitte corrispondenze con letterati e letterate del tempo, che apprezzavano molto il suo stile e le sue idee. Accettò così un lavoro in un giornale, uno dei primi giornali di donne, poiché il marito aveva molti problemi economici, finché non decise di lasciarlo, a costo di abbandonare anche il figlio. Cambia il suo nome in Sibilla Aleramo (anagramma di “amorale”, forse è così che si sente dopo aver cambiato vita) e si dedica alla produzione letteraria.

Questa prima parte della sua vita è cruciale per la sua poetica, innanzitutto perché la sua prima e tuttora più conosciuta opera fu Una donna, un’autobiografia romanzata di questi suoi primi anni, terribile per la sua cruda sincerità ma allo stesso tempo piena di messaggi anche per il presente.

È un romanzo difficile da leggere, difficile nel senso che vorresti solo entrare nel libro e scuotere la protagonista, farla reagire. È spiazzante la lucidità di alcune riflessioni estremamente moderne, alternata alla follia nell’accettare soprusi umilianti da parte del marito. L’intero libro, un po' come l’intera vita dell’autrice, e percorso da queste contraddizioni tra ciò che vive nel quotidiano e ciò che pensa e che scrive nelle riviste.

Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir avvilita l’intima mia sostanza

Il coinvolgimento è tale proprio perché la scrittura per Aleramo diventa Vita. Le sue esperienze non sono unicamente punto di partenza per i suoi scritti, lei mette nelle parole tutta sé stessa, e i suoi romanzi e le sue poesie diventano flusso di vita. Non solo in Una donna, ma anche in altre opere, come Il Passaggio, e ovviamente in tutte le sue lettere.

Probabilmente anche il suo stile così vario dipende proprio da questo: si adatta alle circostanze, alle situazioni, alle persone che frequenta, ai tempi che corrono.

Non solo sul piano letterario, ma anche su quello politico: pacifista e antifascista, dopo essere stata arrestata, ridotta alla fame, cominciò a sostenere il fascismo, grazie a cui ottenne una piccola rendita e che pubblicizzò le sue opere. Terminata la guerra, si iscrisse con grande fervore al PCI. Pare che non sia mai riuscita a trovare una sua identità, o forse ha semplicemente voluto fare di questa multiformità il suo tratto caratteristico.

Penso che questo suo bisogno di adattarsi all’ambiente circostante sia stato per Sibilla Aleramo l’unico modo per farsi valere in un mondo culturale che non la accoglieva e che talvolta la disprezzava, in quanto donna e di liberi costumi. In un bellissimo brano tratto dalla raccolta di scritti Andando e Stando, racconta lo stupore degli uomini quando si accorgevano che parlare con lei era come parlare con uno di loro, per la validità dei ragionamenti e del linguaggio. Ammette di aver dovuto rinnegare sé stessa, di aver dovuto calibrare il proprio essere su un modello maschile, per essere riconosciuta. La stessa pubblicazione di Una donna è un compromesso: la bozza fu infatti tagliata e revisionata da Giovanni Cena, allora compagno di Aleramo, che scelse di eliminare molte parti in cui la scrittrice parlava dell’amore per il marito, perché troppo sentimentali. Ed ecco che quindi ancora una volta si piega ad un canone maschile.

Sibilla Aleramo è stata spesso definita la prima scrittrice femminista italiana. Probabilmente non le piacerebbe questa definizione, lei si discostò molto presto dal femminismo considerandolo un movimento infantile e superato. Riteneva però che fosse necessario che le donne trovassero un loro modo di esprimersi, che recuperassero la loro identità femminile profonda. Non scrisse mai per politica, ma, come è stato detto, visse autobiograficamente.

I suoi scritti hanno ancora molto da darci, ma leggerli come scritti politici sarebbe riduttivo. L’analisi che delinea della condizione e della vita femminile è prima di tutto una fortissima testimonianza umana, e credo che sia questa la chiave fondamentale per leggerla e comprenderla. 

 
 

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