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Camminare Raccontando - Questa terra é la nostra terra

A cura dell'associazione Ya Basta Edi Bese

27Maggio2020

Camminare raccontando è nata con l’idea di costruire ponti tra “pueblos en resistencia”. Di fronte alla restrizione delle nostre libertà a causa della pandemia, abbiamo sentito l’esigenza, come dicono le nostre sorelle e i nostri fratelli zapatisti, di «non perdere il contatto umano, bensì di cambiare temporaneamente i modi di saperci compagne e compagni, fratelli e sorelle».
In questi due mesi vi abbiamo portato in luoghi lontani geograficamente ma che hanno in comune la resistenza e la ribellione alle ingiustizie. Perché, come lo definisce il Movimiento de Mujeres Indigenas por el Buen Vivir, quella che stiamo vivendo è l’epoca del Terricidio, in cui il capitalismo estrattivo fa razzie, assassina, devasta i territori, succhia linfa vitale alla terra come un vampiro. E produce macerie, disastri, distruzione. Non solo, è “terricidio” perché non colpisce solo il tangibile, ma anche l’intangibile: i rapporti umani, come ci sta succedendo ora con l’obbligo del distanziamento sociale, con l’odio e l’intolleranza seminata nei social network e i cui frutti poi vengono raccolti nelle strade. Ma anche i rapporti che abbiamo con la natura, con i territori che ci hanno visto nascere, evidenziati dal disinteresse verso la loro distruzione e più in generale verso i cambiamenti climatici, i cui danni ben presto saranno irreparabili se non saremo capaci di produrre cambiamenti radicali al sistema.
Per questo oggi non vi parleremo di mondi in resistenza geograficamente lontani. Oggi vi racconteremo la storia di un disastro annunciato e sfiorato solo per miracolo occorso nella nostra terra, a Marghera. E vi parleremo di questo perché non solo siamo solidali con i “pueblos en resistencia” che in molte parti del mondo costruiscono nuovi mondi, ma perché siamo anche noi un “pueblo en resistencia”, a difesa dei nostri territori, dei nostri diritti, della Vita.
È una mattina come tante, tutte uguali ultimamente, segnata solo dall’avvicinarsi della cosiddetta riapertura dopo due mesi di quarantena per la pandemia. Le nubi all’orizzonte, promettono una giornata non troppo splendente. Verso metà mattina lentamente entra nelle nostre case, nei nostri luoghi di lavoro un suono ripetitivo che si fa sempre più forte. È la sirena dell’allarme chimico di Porto Marghera. Ci vuole sempre un po’ di tempo per rendersene conto, per cercare di ricordarsi se erano previste delle prove o se stiamo solo confondendo quel suono con altre sirene. Ma basta una rapida occhiata al cielo per rendersi conto che l’incubo è tornato.
La colonna di fumo è già alta in cielo, segnale inequivocabile che qualcosa, da qualche parte, è già successo da tempo. Come testimoniato dal Comitato Marghera Libera e Pensante infatti, «dalla comparsa sopra le nostre teste dell’imponente nube nera al suono delle sirene, sono passati oltre 40 minuti, un tempo enorme per un incidente drammatico che ha riversato nell’aria sostanze inquinanti senza che nessuno fosse avvisato del grave rischio che stava correndo».
È nera la colonna, fa impressione e timore. Nel chiudere le finestre di casa o nel raggiungere il più velocemente un luogo chiuso al sicuro, viene sempre da chiedersi quale direzione stia prendendo, dove la porterà il vento. Ci passerà sopra la testa? Andrà verso Venezia? O verso Padova?
Passano minuti interminabili prima che ci vengano date notizie dalle autorità. Dopo mezz’ora abbondante però l’unica cosa che ci viene detta è “chiudetevi in casa”. Lentamente, le notizie arrivano più per il passaparola tra i cittadini che attraverso i canali ufficiali: è bruciata una fabbrica di prodotti chimici, l’incendio si è sviluppato nella linea di produzione dell’acetone. Ci sono quattro operai feriti, due di loro gravemente con ustioni su tutto il corpo, sono stati trasportati d’urgenza negli ospedali di Padova e Verona.
Passano alcune ore, risuonano le sirene, questa volta avvertono che il rischio chimico è terminato, sebbene nessuno ci abbia ancora detto quali sostanze abbiamo respirato in queste lunghissime quattro ore prima della fine dell’emergenza. Solo il giorno dopo l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto comunica che «nelle aree urbane monitorate si sono rivelati valori trascurabili di inquinanti» nell’aria mentre per quanto riguarda il terreno, rimane la presenza di inquinanti nei canali limitrofi alla zona dell’incendio, tanto da indurre le autorità a consigliare di non raccogliere ortaggi nei giorni seguenti.

È un incidente annunciato, un’altra volta. Un incidente annunciato, dal momento che gli operai già da un anno avevano denunciato l’inefficienza dei sistemi di sicurezza. Appelli caduti nel vuoto perché si sa, il profitto non guarda in faccia alla sicurezza, non guarda in faccia ai diritti, non guarda in faccia alla difesa dell’ambiente.
È un altro disastro scampato, un’altra volta. Come quella sera del 28 novembre del 2002 quando si sviluppò un incendio nello stabilimento della Dow Chemical che produceva TDI, a pochi metri dal deposito di stoccaggio del fosgene, una sostanza gassosa altamente tossica che può essere letale se inalata anche in piccole quantità.
Quel giorno di quasi vent’anni fa, scampato il pericolo, i cittadini di Marghera pronunciarono il loro ¡ya basta!, si organizzarono nell’Assemblea Permanente Contro il Rischio Chimico e iniziarono una campagna per la chiusura di tutte le produzioni pericolose e per la riconversione ecologica di Porto Marghera. Una riconversione necessaria, dopo che per oltre 80 anni Marghera e tutto il territorio circostante sono stati sacrificati in nome dell’industria, del progresso, del profitto.
La battaglia ottenne la chiusura delle produzioni più pericolose che già se ne stavano comunque andando, con il pretesto della delocalizzazione, in territori dove controlli ambientali meno severi permettevano un agire più criminale. Ma, a causa della mancanza di volontà politica, non è mai partita una reale riconversione ecologica dell’intera area industriale di Porto Marghera: un’area immensa, nata dall’idea di un personaggio considerato illustre nella nostra città, il Conte Volpi di Misurata, negli anni 20 del Novecento. Un’idea che provocò ingentissimi danni a tutto il territorio lagunare, che ancora oggi ne patisce gli effetti nefasti.
Dopo l’ennesimo incidente che ha messo in pericolo un’intera comunità l’Assemblea Permanente
Contro il Rischio Chimico ha ripreso a guidare comitati e cittadini per esigere un cambio di rotta drastico per l’intera zona industriale. Oggi la battaglia non è solo per la chiusura di quel che rimane di queste produzioni pericolose ma anche perché venga applicato fino in fondo da Comune e Regione un concetto di base: la salute e il benessere dei cittadini, il rispetto dell’ambiente prima del profitto.
Ma, nemmeno una settimana dopo questo ennesimo incidente pericoloso, la Regione Veneto ha autorizzato di nascosto, senza discussione, senza rendere pubblica la riunione, e in piena limitazione per le manifestazioni, il progetto per un nuovo impianto di incenerimento dei rifiuto. Il più grande del Veneto, un progetto calato dall’alto nonostante le ripetute richieste da parte di cittadini, comitati, municipalità, medici di rivedere il progetto che prevede a regime l’incenerimento di rifiuti provenienti da tutto il Veneto, oltre a percolati di discarica e fanghi di depurazione contaminati da PFAS.
È l’ennesima riprova dell’idea di futuro che hanno il governo della Regione e della città. Un’idea di città preda ancora una volta delle speculazioni, degli interessi dei gruppi di potere politico ed economico, del profitto. Un’idea di svendita al miglior offerente di qualsiasi progetto possagenerare plusvalore, non importa l’ambiente, non importano i diritti dei lavoratori e la salute deicittadini.

È la stessa logica che ha portato a devastare l’ecosistema lagunare per la costruzione della madre di tutte le truffe, quel MOSE che, lungi da salvare Venezia dalle acque alte eccezionali, ha prodotto solo tangenti e un ammasso di cemento nella laguna inutile e probabilmente mai utilizzabile.
È la stessa logica che difende l’approdo delle grandi navi all’interno della laguna. Incuranti dei danni provocati alla città da questi mostri galleggianti, si fanno progetti per scavare nuovi canali che faranno diventare la laguna un braccio di mare determinandone la sua morte, pur di difendere il profitto di pochi.
È la stessa logica che ha svenduto pezzo su pezzo la stessa città di Venezia alla monocultura turistica, che ha reso invivibile il centro storico, fatto fuggire gli abitanti e trasformato la città in un museo galleggiante.
Tutte facce della stessa medaglia, quel capitalismo estrattivista, quel terricidio, che ci ha condotto fino a questo punto, che ha provocato la più grande crisi economica e sociale del nostro tempo. Una crisi generata dall’avidità di pochi ma che tutta l’umanità sta pagando. Una crisi che, come “pueblo en resistencia” ci vede e vedrà impegnati a mettere i bastoni tra le ruote a questa macchina di morte.
Questa terra è la nostra terra, e la difenderemo!

 
 

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