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Storia di tante gabbianelle, e dello scrittore che insegnò loro a volare

Elogio a Luis Sepùlveda

16Aprile2020

Muore oggi all’età di 70 anni lo scrittore cileno Luis Sepùlveda, colpito da Coronavirus nel mese di febbraio. Autore di una vastissima e variegata bibliografia, come non citarne il classico intergenerazionale e internazionale La gabbianella e il gatto: un romanzo destinato ai bambini, e fuor di dubbio mirato al renderli più coscienziosi. Tra le nebbie di una trama fiabesca, composta da gatti parlanti e poeti consiglieri, il messaggio ecologista nuota tra le acque sporche del golfo di Biscaglia, mescolate a quella che Sepùlveda chiama la peste nera, nientemeno che petrolio. È un esempio coraggioso di un modello educativo di cui tuttora necessitiamo, lo spiegare ai più piccoli l’impatto dell’essere umano sull’ambiente. Ribelle e anticonformista, talvolta scrittore per bambini e viaggiatore errabondo, se si dovesse trovare in tutte le sfaccettature di Sepùlveda un denominatore comune sarebbe forse l’etica intramontabile e sempre in prima linea. In seguito al colpo di stato di Augusto Pinochet si rifugia prima in Brasile e poi in Paraguay, fino al ritrovarsi in Amazzonia, terra che dà vita al suo Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, dove il protagonista Antonio Bolivar impara dagli Indios le regole della foresta. Badate bene, non le regole degli uomini che ci abitano, ma l’autorevole e indiscusso primato della natura rispetto a chi ne vuole far parte.
E nell’elogio ad un grande scrittore, è piacevole ricordarlo anche come un essere umano, e come uomo innamorato. Nel 2003 dedica alla moglie (anch’essa tuttora affetta da Coronavirus) una splendida poesia che intrinsecamente racconta l’amore nostalgico, una separazione durata molti anni (a causa delle vicende politiche cilene), l’unione rinnovata, un matrimonio che la moglie stessa in un’intervista definisce «A colori, perché abbiamo chiuso con il bianco e nero. La vita è a colori».

La más bella historia de amor
dalla raccolta “Poesie senza patria”, edita da Guanda (2003)

L’ultima nota del tuo addio
mi disse che non sapevo nulla
e che arrivavo
al tempo necessario
di imparare i perché della materia.
Così, fra pietra e pietra
seppi che sommare è unire
e che sottrarre ci lascia
soli e vuoti.
Che i colori riflettono
l’ingenua volontà dell’occhio.
Che i solfeggi e i sol
raddoppiano la fame dell’orecchio
Che è la strada e la polvere
la ragione dei passi.
Che la via più breve
fra due punti
è il giro che li unisce
in un abbraccio sorpreso.

 
 

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