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TOY – Clear Shot

by MonkeyBoy (Vinylistics)

10Novembre2016

Quando ascoltai i TOY per la prima volta questo blog non esisteva ancora, sarebbe nato solo l’anno dopo. Nel 2013 avrei potuto scrivere uno dei miei soliti lenzuoli sulla band originaria di Brighton ma l’uscita di Join The Dots mi costrinse a condensare tutto in un’unica dose. In soli 12 mesi Tom Dougall e soci riuscirono a ritagliarsi un posto di assoluto rispetto alla tavola dei gruppi di nicchia inglesi, che non sono dei mezzi scappati di casa come quelli di qui ma sono gente con due palle così, tanto per capirci. Da allora sono passati 3 anni in cui è cambiato tutto, e con Clear Shot sono cambiati anche loro.

Facendo un breve elenco, l’anno scorso c’è stata la collaborazione con Natasha Khan (Bat For Lashes) ed il loro producer Dan Carey nel progetto psych-folk Sexwitch, la tastierista Aljandra Diez ha lasciato la cumpa per non meglio precisati motivi famigliari, ed infine c’è stata rivoluzione anche dietro le quinte: David Wrench e Chris Coady (mixing) hanno sostituito Carey. Cose che capitano a tutti, direte voi. Certo ma poi quando verso la fine del 2015 i cinque – compresi Charlie Salvidge alla batteria e Max Oscarnold (Proper Ornaments) a synth e tastiere – si sono chiusi negli Eve Studios di Stockport per registrare, tutto quello che hanno vissuto è improvvisamente emerso in un colpo solo.

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Si può tranquillamente affermare che soprattutto gli addii di Diez e Carey siano stati fondamentali per l’approccio dei TOY al nuovo disco. Fin dal singolo di lancio, Fast Silver, la band ci ha tenuto un sacco a mostrarci la sua nuova veste in un mid-tempo tra psych e acid-pop, meditabondo ma anche giocoso e luccicante grazie al binomio chitarra/tastiera. Un gran pezzo, uno dei se non IL migliore fra i dieci, che fa mostra di un ottimo arrangiamento (c’è molto più di quanto non sembri, a partire dal ponte tutto strumentale) rivelando una solarità ed un’immediatezza ribadite anche dalla successiva I’m Still Believing. Soprattutto in questo gioco a due tra corde e tasti si nota una netta virata verso toni più educati rispetto alle derive freak e schizzate di Diez. Le invenzioni schizofreniche e tortuose lasciano il posto a un drone lineare, mentre il resto ce lo mette la band suonando classica e nuova allo stesso tempo.

Più ci si addentra in Clear Shot più emerge questa sensazione di controllo, come se i cinque cercassero in tutti i modi di trattenersi per soffocare al massimo le loro pulsioni selvagge. Per contro emergono episodi più corti e compressi, in cui prevale la componente melodico-vocale come in Clouds That Cover The Sun, una canzone elegiaca che si muove barocca e vagamente malinconica, ricordando As We Turn sotto sedativi. Il problema è che la pacatezza, questo disintreccio nel sound non paga sempre come dovrebbe. Nulla di terribile, ma Another Dimension da una parte e We Will Disperse dall’altra latitano di carattere risultando un po’ stucchevoli. La prima si muove a doppia velocità – una nelle strofe una nel ritornello sensibilmente più lento – ma forse dura un minuto di troppo; la seconda è un tipico modo dei TOY di fare shoegaze, che nel declinarsi verso il pop/new wave anni ’80 diventa eccessivamente confortevole. Sono comunque due momenti in cui la band suona davvero come solo lei sa fare, a dimostrazione dell’enorme sicurezza acquisita nei propri mezzi.

Tornando al primo incontro con il gruppo inglese, una delle cose che mi colpì fu la vasta cultura musicale e non solo che palesavano tramite i loro brani. Si percepiva chiaramente uno spirito collettivo vorace e curioso di tutto. Va da sé che anche questo LP sia infuso di tutta una serie di influenze che spaziano dalla musica al cinema alla letteratura. Gli esperimenti coi suoni del Radiophonic Workshop della BBC, il folk di Comus e Fairport Convention, tutto ciò che gira intorno ai COUM Transmissions ma anche la Incredible String Band, l’acid house ed Electric Eden di Rob Young sono semi piantati che non hanno prodotto fiori ben visibili ma che rimangono sottotraccia, pronti per essere colti da chi ha orecchie fini. Perciò, pur mancando le superjam infinite dei vecchi tempi, pezzi come la title-track iniziale o l’ottima Dream Orchestrator assicurano uno sviluppo simile con elementi di matrice folk e dreamy inediti e derivanti da tutto quello sopraelencato. Clear Shot in particolare evolve proprio in questo senso, partendo da atmosfere psych-dream per alzare i giri con un motorik che non esplode mai del tutto ma si lacera coerentemente col mood del disco. L’altra è grosso modo sulla stessa lunghezza d’onda, risultando solo più obliqua e pulsante grazie ad arpeggi di tastiera reiterati ed ipnotici.

L’altra fonte da cui i TOY si sono lasciati ispirare e da cui si sono dissetati è quella dei grandi compositori di musica per film, gente come gli immancabili Morricone e John Barry, cui si aggiungono Bernard Herrmann e la colonna sonora di The Wicker Man. Non a caso Clear Shot passerà alle cronache come il loro LP più cinematografico ed elegante, attraente come nella percussiva e abbastanza ricercata Jungle Games – dotata di un mood vagamente horror alla Carpenter – o idiosincratico come in Spirits Don’t Lie. È però la conclusiva Cinema che, ovviamente, ha la texture maggiormente sinfonica e filmica, un piano sequenza dilatato che si muove tra alti e bassi mutando di continuo toni e struttura. Partendo da una chitarra a metà tra flamenco e western morriconiano finisce in uno shoegaze saturante incarnando, in questo gioco delle parti in loop, le tante anime di un album incredibilmente coerente ed omogeneo... continua su Vinylistics

 
 

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