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Wilco – Schmilco

by MonkeyBoy (Vinylistics)

21Ottobre2016

Dopo più di 20 anni di attività e una decina di album pubblicati, sui Wilco è già stato detto tutto e il contrario di tutto. Mentre loro segnavano indelebilmente la storia recente della musica americana alternativa, noi ne abbiamo seguito la parabola; da pezzi grossi supercool a qualcosa che si avvicina a una band formata dai nostri padri e di nuovo a qualcuno di interessante di cui parlare. Il disco dell’anno scorso, Star Wars, è stato un lampo nel buio, una specie di zampata del campione che ancora sa come stupire. Quello che non sapevamo è che durante le registrazioni era nato anche un gemello, tenuto nascosto fino ad ora, di nome Schmilco.

La copertina di Joan Cornellà (in collaborazione con Stefania Lusini) lo avvicina ad altre cover un po’ sceme come quelle di Wilco (l’album) e appunto del fratellino Star Warsdimostrando, in teoria, come dopo tutto questo tempo la band abbia ancora voglia di scherzare e non prendersi troppo sul serio. Il titolo deriva da Nilsson Schmilsson di Harry Nilsson da cui prende in prestito il gioco di parole che là sottendeva la volontà di seguire la propria ispirazione, logiche di mercato o meno. Tutto il resto ce lo mette come sempre Jeff Tweedy, leader indiscusso e forse un po’ cannibale che, assieme al fidato Tom Schick alla produzione, lavora e ri-lavora senza sosta a queste 12 canzoni in gran parte acustiche.

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Perché tutto questo impegno negli arrangiamenti e nella post-produzione direte voi? Perché Tweedy voleva essere sicuro che, da un punto di vista musicale, valesse la pena esporsi così tanto nel buttare giù dei testi quanto mai forti e autobiografici. InfattiSchmilco è sostanzialmente un one man show, in cui il leader e frontman della band racconta storie di se stesso e della sua vita fino ad ora. Ad esempio Normal American Kidstratta della sua adolescenza tra spensieratezza e tempo sprecato a preoccuparsi di piccolezze ora risibili; If I Ever Was A Child, forse la migliore del lotto, esplora i soffocanti confini dell’esistenza umana (“I slump behind my brain. A haunted stain never fades. I hunt for the kind of pain I can take”); Someone To Lose, ballata tutto sommato leggera, parla di malattia e di morte, riferendosi molto probabilmente alla battaglia combattuta dalla moglie contro il cancro. Ed ancora Quarters è una memoria di famiglia di quando il piccolo Jeff (perché è stato ragazzino pure lui) lavorava al bar del nonno, dove non manca la solita perla da segnare con la penna rossa (“The tavern where you were was cold and dark as a cavern”).

Quello che accomuna questa sezione alt-folk è il carattere meditativo e rassicurante che arriva all’ascoltatore. Tweedy crea alcune delle canzoni più soft della carriera dei Wilco per dire alcune delle cose più sentite e personali, creando una dicotomia dotata indubbiamente di un certo fascino ma che finisce per conferire un tono eccessivamente dimesso, direi quasi piatto. Al di là di alcuni momenti –  target="_blank">Nope ed il singolo Locator – i brani sono tutti assai semplici, liberi da sovrastrutture in modo da lasciar esprimere al meglio i pensieri del loro autore. Tutto molto bello certo, peccato che a farne le spese siano i compagni di band più dotati e di cui tutti vorremmo sempre sentire la presenza in un nuovo lavoro dei Wilco. Parlo di Nels Cline e Glen Kotche, che qua e là appaiono fugacemente ma che sono in secondo piano rispetto al loro ingombrante socio. Prendete Locator: è una tirata sulla tecnologia un po’ più complessa ed elaborata delle altre, che però è sufficiente a far tornare alla mente il Jim O’ Rourke dei tempi migliori e a farci scendere una lacrimuccia.

E invece Schmilco è più vicino a Sky Blue Sky di quanto non sembri. Un album “gioiosamente negativo” come è stato definito dalla band, per Tweedy una sorta di liberazione, un catarsi in cui far trasparire la parte più oscura di sé. C’è il malessere diHappiness – dedicata alla madre morta – a metà tra passività (“My mother says I’m great, and it always makes me sad”) ed aggressività (“Happyness depends on who you blame”); l’autocritica di We Aren’t The World (Safety Girl) che, al di là del discutibile titolo, gli fa sussurrare “Tired of my opinion, like everybody else”; o ancora l’apatia della conclusiva Just Say Goodbye (“Why am I in my skin again?”). Insomma lui ce la mette davvero tutta a fare la parte di quello che ci porta al bancone del pub e ci insegna la vita attraverso le sue sconfitte.

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Rimane il fatto che anche dopo parecchi ascolti siano quasi solo i testi ad aver lasciato un vero segno. Probabilmente sarebbero servite canzoni più aggressive e di impatto per liriche che al di là della evidente nostalgia strisciante nascondo tensioni sottili ben più interessanti...continua su Vinylistics

 
 

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