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Kings Of Leon – WALLS

by Aria (Vinylistics)

20Ottobre2016

Esattamente tre anni e due settimane fa scrivevo di Mechanical Bull interrogandomi sulle crisi esistenziali dei fratelli Followill, arrivando alla conclusione che quel disco poteva essere una buona ripresa per un cammino che in dieci anni non aveva reso del tutto quanto forse avrebbe potuto. Questo cammino oggi prosegue con WALLS (acronimo che sta per We Are Like Love Songs… tagliatemi le vene adesso) che se avessi dovuto valutare esclusivamente per il suo inizio e per la sua fine, ora forse starei parlando di uno dei miei dischi preferiti dell’anno. Ma tre quarti d’ora di musica passano attraverso un’altra bella manciata di pezzi e la situazione cambia un po’.

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Cambia prima di tutto perché guardare la cover di WALLS che ritrae i volti del quartetto in versione bambole di cera porta un forte senso di inquietudine e mille interrogativi su cosa voglia davvero esprimere. Chissà quali riferimenti, chissà quante novità… chissà quante domande inutili, semplicemente. Perché in realtà la settima fatica dei Kings Of Leon è sicuramente frutto di un periodo finalmente tranquillo e di rapporti ritrovati per la band ma tutto l’hype creato intorno a questo lavoro, etichettato da molti come quello che avrebbe finalmente ridefinito il loro sound, si spegne in un mare di materiale riconoscibile e ordinario. L’unico vero cambiamento è quello che vede la fine della collaborazione con Angelo Petraglia, storico produttore fin dai tempi degli esordi, per iniziare quella con Markus Dravs (già a lavoro con Coldplay e Arcade Fire) che quantomeno garantisce una certa concretezza nell’omogeneità sonora.

Ma se è lo stesso Nathan Followill ad ammettere di essere entrati in una fase di “riposo” della loro carriera, ancora una volta non c’è da stupirsi su come siano andate le cose. Anzi, forse in tal senso si potrebbe addirittura apprezzare quel fievole tentativo di varcare i confini del solito rock da stadio. Ad esempio il pezzo latineggiante Muchacho si pone come uno dei punti forti di questo disco per quanto toccante e insolito riesce a essere. Ma tolto questo e un po’ forse Around The World che presenta una linea di basso funky e una melodia più luminosa rispetto al resto, ci si imbatte in una serie di momenti personali che sfociano in una drammaticità esagerata, dettata più che altro dalla mancanza di una scrittura di spessore, ritrovando così pezzi paradossali come Find Me che racconta di una ragazza che si innamora dello spettro che la perseguita, pieni di frasi che richiedono la stessa dose di insulina di quando ci fermiamo a pensare all’acronimo del titolo di questo album.

Le atmosfere sono decisamente più rilassate rispetto ai lavori precedenti. Ma non mancano comunque i classici pezzoni forti alla Kings Of Leon tipo Reverend con i suoi arpeggi di chitarra scintillanti all’insegna di un ritmo aggressivo oppure l’iniziale Waste A Moment che, come ho detto prima, insieme alla traccia conclusiva WALLS è una delle poche che convince pienamente. Il resto, per quanto ben confezionato e orecchiabile, è decisamente trascurabile, per niente incisivo o emozionante. Ed è davvero grave considerando le tematiche dei pezzi che sono tutte ispirate a momenti di vita vera, nella maggior parte dei casi importanti e dolorosi. Se è vero che gli ultimi quindici anni sono passati attraverso tante cose, trasformando e determinando le persone che oggi  sono dietro a questi pezzi, hanno in qualche modo cancellato anche quel velo di magia che ha dato vita a brani epici come Sex On Fire e gli altri due o tre (che alla fine non sono mai stati più di questi eh, parliamoci chiaro). Per esempio, andando avanti in questo disco troviamo Over che col suo incedere più lento, sembra come una ripresa in pieno stile KOL ma più stanca e svogliata. Stesso identico discorso per Wild Conversation Piece, perfettamente trascurabile ad avviso di chi sta scrivendo...continua su Vinylistics

 
 

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