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Merchandise – A Corpse Wired For Sound

by MonkeyBoy (Vinylistics)

12Ottobre2016

Morte, rinascita e di nuovo morte. Se seguite questo blog da un po’ di tempo saprete che la storia dei Merchandise è fatta così, di inizi e conclusioni che si ripeteranno forse all’infinito. Dopo After The End sembrava che la band di Tampa, Florida, fosse giunta al culmine di un percorso iniziato otto anni fa nei club hardcore punk della loro città, proseguito con un paio di dischi giganteschi (Children Of Desire Totale Nite nel biennio 2012-2013) e poi con la firma per la 4AD. Da trio iniziale, Carson Cox (voce) David Vassalotti (chitarra) e Patrick Brady (basso) sono risorti già una volta come gruppo rock a cinque elementi per After The End ma si sono accorti che la vita da formal band evidentemente non faceva per loro.

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Perciò, mentre Cox e Vassalotti erano impegnati nei loro interessanti progetti solisti sparsi per il mondo, hanno deciso di rifare tutto da capo tornando al nucleo iniziale e ad un grado di complessità di comprensione della loro musica che era assente nel synth-pop perfetto e cristallino del disco precedente. Registrato per metà in giro tra Tampa, Berlino, New York e per metà in uno studio vero e proprio (prima volta per loro) a Rosà (Vicenza) dove è stato anche mixato, A Corpse Wired For Sound è stato prodotto dal frontman Cox e da Maurizio ‘ICIO’ Baggio (già al lavoro con The Soft Moon, Vanilla Sky e Index). L’idea è di sfuggire da qualsiasi ideologia e nozione precostituita si abbia su di loro. Non vogliono essere etichettati, ma mai come ora guardano al sound ed all’estetica degli anni ’80 come primaria fonte di ispirazione, ponendosi perfettamente al centro tra post-punk, new wave e gothic-rock.

Il titolo di questo quinto album è stato ispirato da una storia breve di J.G. Ballard, e quel ‘corpse’ è indicativo del fatto che dal loro punto di vista con questo disco muoiono di nuovo, tornando in un certo senso alle origini. Lo stesso Ballard influenza le liriche e le immagini dell’iniziale Flower Of Sex, uno dei tre singoli di lancio. La chitarra di Vassalotti squarcia un sound potentissimo fondato sullo spessore del basso e su una drum machine urgente ed incessante, mentre la voce di Cox è un’eco che viene dal profondo. In questo senso è perfettamente esemplificativa della volontà di rinascita che, al di là del titolo, è tradotta da una violenza a stento taciuta ma tale da poter esplodere in qualsiasi direzione, senza una logica.

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Per chi li conosce per le ultime cose, molto di Corpse potrà sembrare una novità. Per chi come il sottoscritto li segue dal loro stadio embrionale non stupirà notare un’eterogeneità totale, tanti momenti differenti che seguono una logica emotiva prima che musicale.Crystal Cage col suo incedere metallico e solenne serve a sollevare lo spirito, con schitarrate che disegnano lingue di fuoco e testi molto più autoaffermativi di quanto non sembri (“I only want what’s mine”). Ma è la successiva Right Back To The Start a colpire anche i fan di vecchia data per il suo ingresso a piedi uniti nel magico mondo dell’elettronica retrò. Intendo ovviamente quella degli 80’s, dai Depeche Mode ai Soft Cell, in cui dai primi mutuano una certa attitudine dub/reggae dell’anima, dai secondi la capacità di coniugare in maniera incredibile un wall of sound elettro a melodie orecchiabilissime. Facilmente è stata influenzata dalla Berlino notturna, dove i neon vanno a braccetto coi violini, mentre una certa bizzarra inquietudine pervade le strade (“My grandfather’s eyes flash against the wall, I stay up all night expecting his call”).

Mi piace fare un’analisi track-by-track dell’album perché so per certo quanto tempo ci abbiano impiegato per scegliere la sequenza d’ascolto perfetta. Perché per i Merchandise fondamentale è comunicare, e oggi vogliono farci sapere che il tempo è passato anche per loro, che sono cresciuti e che hanno imparato un paio di cose a riguardo. Primo, che mentre si cambia non si possono portare tutti gli affetti con sé e che alla fine si deve trovare pace nella propria solitudine. Questo lo ritroviamo nella malinconia di brani comeEnd Of The Week Lonesome Sound, due momenti che sono già tra i migliori della storia della band. La prima gioca in crescendo sulla dicotomia tra un beat cavernoso e un drone ondulante di chitarra per esprimere la sua vitalità decadente (“Another week, like an empty street. Against the world I won’t compete. Summer is gone turned into fall”).

Parallelamente Lonesome Sound porta il discorso su un livello ancora più estremo sia per qualità che per disperazione. Pur avendo qualcosa di vagamente country nello spirito, è una ballad atipica alla Echo & The Bunnymen che riesce ad essere epica grazie ad un noise elettrico luminoso, percussioni motorik ed un Cox penetrante come nelle migliori occasioni. Quello che si percepisce dalla sua voce è il dolore causato della distanza; figurata nei testi del brano (“Where beauty dies her secrets liebut are never found, just let me drown”) reale se si pensa che lui ed il suo chitarrista per la prima volta hanno lavorato lontani, sulle due diverse sponde dell’Atlantico. Questo ci porta alla seconda lezione appresa: il valore che delle presenze importanti per noi, quello che ci perdiamo lasciandole indietro lungo il nostro cammino.

 

L’astrattezza che deriva da quanto appena detto è voluta, sia chiaro. Con A Corpse Wired For Sound i Merchandise vogliono confondere, sparire e riapparire in modi e posti inaspettati. Pezzi come Shadow Of The Truth e Silence, al di là della derivazione già accennata, sono costruiti proprio sulle atmosfere rarefatte tipiche di un certo tipo di musica fatta col sintetizzatore ed il ritorno alla drum machine li slega da una forma-canzone troppo standard e rigida rendendoli leggeri. Grandi arrangiamenti, sicurezza nei propri mezzi ed elementi classici a fare da preziosi orpelli sono gli ingredienti di due brani che per assurdo non sfruttano a pieno tutte le loro potenzialità, con passaggi notevoli relegati e brevi momenti – come il finale di Silence – ed una certa inclinazione a sacrificare la melodia per ricercare il sound perfetto. In un certo senso è lo scotto da pagare per non essere state scritte, come le altre del resto, da ‘tre persone in una stanza’; ci si ritrova una certa freddezza rigida che in parte inficia il risultato finale, unita al fatto che mancando le canzoni da sei/otto minuti di una volta (tipo flusso di coscienza) la band è costretta ad una brevità spesso difficile da gestire.

Perché quando riescono a trovare la formula giusta per sviluppare compiutamente la loro opera, abbiamo qualcosa come I Will Not Sleep Here, una ballata semi-acustica che rappresenta l’apice della composizione di Vassalotti nei Merchandise e fuori da essi. Eredità e reminiscenza di After parte delicata per raggiungere un sound davvero imponente quasi certamente pensato per grandi spazi. Qui il duopolio tra i cervelli della band funziona alla perfezione, con linee melodiche accattivanti, una versatilità vocale spesso sottovaluta e testi di impatto (“Blood is thicker than water but both go down the same drain”). Risulta abbastanza incomprensibile, almeno per me, come dopo tanta bellezza si sia deciso di lasciare alla confusionaria e vagamente shoegaze My Dream Is Yours una conclusione un po’ buttata lì senza troppa convinzione, unico passo falso di questo LP...continua su Vinylistics

 
 

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