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Bologna 30/09/2016

XII Congresso Post-Industriale

di Massimiliano Scordamaglia

6Ottobre2016

E si ritorna al Congresso Post-Industriale, il dodicesimo per l’esattezza. Bologna resta la capitale, Kindergarten il tempio eletto, location che per inciso ben si adatta in stile all’evento. Anno fortunato il 2016 con ben due manifestazioni e per chi è dirimpettaio al capoluogo emiliano, una gran bella fortuna. Gente da tutt’Italia, non pochi dall’estero e oramai un po’ ci si riconosce, quasi fosse una sagra per concittadini non di luogo ma di grande passione comune. Pubblico in aumento di congresso in congresso, tendenza confermata anche in questa occasione essendo rispetto le precedenti, un po’ più speciale delle altre ma qui si tocca il tasto dolente, affrontiamolo così ce ne sbarazziamo in fretta. Grande clamore e rilievo per la partecipazione del maestro Maurizio Bianchi. Epiteto forse altisonante ma come altro definire il padre del power noise italiano, un riferimento non solo nazionale, per tutta la scena industrial. I primi lavori risalgono agli anni ’70 e ad oggi non si contano i progetti e le collaborazioni da lui firmate. Eppure mai lo si è visto dal vivo. Annunciata la presenza al Congresso, l’hype è salito alle stelle per crollare con sgomento il giorno stesso dell’evento, quando Rodolfo Protti, organizzatore e padre-padrone delle benemerita Old Europa Cafè, ne annuncia la defezione per gravi motivi familiari. Sconcerto di qualcuno, dispiacere per molti, voglio sperare che in pochi abbiano rinunciato alla serata per la defezione di Bianchi e nel caso è stata una scelta sbagliata dato il valore delle rimaste forze in campo, ma procediamo con ordine.

Apre le danze Venerance, moniker del meglio noto Sean Ragon e se lo colleghiamo ai Cult of Youth lo riconosciamo ancor meglio. Statunitense, più precisamente newyorkese e la giovane età non inganni, l’esperienza è da bimbo grande e si sente. Set strumentale minimo ma è stata la caratteristica di quasi tutti i partecipanti. Il suo è un rumore cattivo, rabbioso, stilettate in alta frequenza che tolgono il fiato. Frustate sonore che si alternano e rimbalzano, un muro compatto impenetrabile, poi qualche breccia che intrappola chi tenta di attraversarlo. Venerance in fondo rappresenta la tradizione canonica del power noise, quella fatta di suono solido espressione di uno stato interiore, il gesto come in pittura e scultura che diviene materia fluida, densità da attraversare a proprio rischio e pericolo. È così che l’esperienza d’artista si trasmette allo spettatore, uno scambio non soltanto mentale ma fisico e mentre Sean si contorce sull’hardware, la sua forza s’amplifica sulla portante della distorsione. Nulla di nuovo ma una bella riprova della valenza artistica di un genere, il rumore, che è soprattutto stile e personalità.

E parlando di personalità, come non pensare a Henrik Nordvargr Björkk, il colosso svedese dai lunghi trascorsi, dalle tante identità che ci piace riassumere nella sua creatura più nota, gli Mz.412. Un gigante della musica, a lui si attribuisce la nascita del black industrial ma gigante pure di fatto con due metri d’altezza e corporatura possente da preferirlo sul palco piuttosto che in battaglia come deve essere accaduto ai suoi avi.

Se durante il X Congresso abbiamo avuto l’onore di assistere al live italiano in anteprima assoluta, lo ritroviamo in veste “solo” come Hydra Head Nine, identità molto attiva all’inizio del decennio scorso. Ecco, se come si diceva il rumore può essere fisico, la performance di Nordvargr impressione due volte. Abbandonati i suoni più cupi e strutturati degli Mz.412 sul palco s’abbandona all’istinto, un ritorno alle origini sanguigno ed emotivo. In poco tempo ciò che poteva essere ricondotto ad una forma estemporanea di harsh noise, si tramuta in azione fisica, rabbia primigenia che sa più di Fluxus che rock’n’roll. I sensori divengono estensione e delirio, il corpo si pone come resistenza diretta e variabile, fusione mistica, divineggiante, moderno ecce homo dal capo coperto di elettrodi e non spine. Quella di Nordvargr è passione, è teatro e un bel pezzo di anima, certo è che quando un colosso di due metri prende a martellate qualcosa, l’attenzione diviene una necessità e l’impressione non è soltanto artistica. Prima volta in Italia sotto queste spoglie, spero per chi non c’era non sia anche l’ultima.

Dal Giappone con furore e ammetto sia scontato dirlo ma pure dall’Italia non si arriva tranquilli.

CazzoKraft che sa d’imprecazione italo-teutonica, ricostituisce in suggestione un ipotetico Asse. Si tratta invero del duo composto dall’italiano Piero Stanig e dal giapponese Masahiko Okubo rispettivamente Cazzodio e Linekraft, da qui la crasi del nome di un progetto congiunto che qualche anno fa ha dato la luce ad un album pubblicato dalla Old Europa Cafè. L’italiano alla strumentazione, il giapponese pure ma più incline all’azione, trasforma anch’egli l’energia del momento in prestazione fisica. L’ idioma di Okubo non ha bisogno di traduzione per essere compreso quando staccandosi dall’elettronica, si scaglia sulle percussioni a terra e ancora una volta il rumore nella sua forma più dura, è protagonista di un suono compatto, anche monocorde, limite regolare e definito di un ipotetico confine che il giapponese disintegra a rabbia e mazzate. Lo sfondo è eccessivamente inerte, forse troppo ripiegato sul sodale performativo e si apprezza il gesto, meno il risultato che non emerge troppo in qualità del suono.

Torniamo in Italia, completamente, totalmente, sospinti anche dalla curiosità di cosa sarebbe stato dello spazio rimasto vacante dalla defezione di Bianchi. Certo, sapevamo della compartecipazione di Giovanni Mori, artista per il quale ho smisurata ammirazione e che proprio in occasione di un precedente Congresso ho avuto modo di vedere in esclusiva per la prima volta. Come due edizioni fa, si ricostituisce il duo Mori / Bandera o se fa piacere Le cose Bianche / Sshe Retina Stimulants ed è davvero un gran piacere averli insieme sul palco, soddisfazione che lenisce la perdita del setup previsto. Qui si punta alla scontro frontale e pare il leitmotiv di questa edizione. La distorsione è accentuata ed allargata alla voce che oltremodo distorta smarrisce il senso del messaggio per entrare in una dimensione apocalittica e terrificante. Senza alcun dubbio Mori è un grande interprete e lo dico nell’accezione di una vocalità che narra, vive, trascina. Doveva essere una “colonna sonora per la fine del mondo tecnocratico” e anche senza Bianchi così è stato tra le ferocia di Bandera, il dolore smisurato di Mori e “Allucinazione perversa” del grande Adrian Lyne a sottolineare nell’uso visual, una realta’ artefatta, forse tutta una comoda allucinazione dal quale presto o tardi ci si dovrà svegliare. E non sarà bello per nessuno.

Decisamente bello invece il penultimo appuntamento della serata, il più anomalo visto il clima ma anche il più complesso e articolato. Bad Sector, al secolo Massimo Magrini è informatico e musicista, abbinamento a me molto caro e oggi come oggi un’ottima ipoteca sulla qualità quando si parla di avanguardia e sperimentazione. Ora, seppur vero è che al Congresso s’è ascoltato il rumore industriale in tante declinazioni e altrettanto si può dire di Magrini che nella sua lunga carriera ha affrontato stili e tecniche diverse ma il suo show si è staccato nettamente dallo sfondo degli altri musicisti tuffandosi nell’elettronica più pura ai confini dell’electro industrial, organizzata, ritmata dove il filo conduttore dei messaggi in onda corta, lega tra loro i brani, un vero e proprio concept-show. Il pubblico gradisce, i corpi ondeggiano, si è innanzi un set raffinatissimo che non nasconde la natura sperimentale pur evocando fantasmi tribali e massificati. Sappiamo che Magrini costruisce parte della sua strumentazione aggiungendo quel tocco di alea performativa che somma spessore teorico alla resa tecnica. Nuovo sciamano ondeggia le mani su sensori di distanza, theremin digitale per profeti del nuovo millennio. In una edizione del Congresso quale è stata la XII, una delle più compatte tematicamente parlando, Bad Sector compie un salto tecnico importante energizzando ambiente e spettatori, nobilitando l’algida elettronica digitale alla stregua di fulminante potenza industriale. Serata speciale anche per i suoi 50 anni compiuti sul palco, in prima linea, un regalo che Magrini ha fatto a noi. Non lo nego, mi ha emozionato.

Ed infine… la fine e come accade nei grandi eventi, i fuochi d’artificio chiudono la serata e assicuro che Andrea Chiaravalli nei lugubri panni di Iugula-Thor di luce e botti ne ha fatti parecchi. Ad accompagnarlo Paolo Bandera, tra Virgilio e Caronte, guida degli abissi sonori e ancora grande protagonista dell’evento. Chiaravalli lo conosciamo, potente, arrabbiato ed una pelle non gli basta se he bisogno di mutare, trasformarsi, adattare forma e volto a seconda del momento dello show. È il mostro che apre le danze, predator meccanico, un abisso che dal profondo della gola non trova la superficie ma anzi trascina al suo interno. Poi il guscio cade e compare il mutante, fattezze protoumane che Bandera sottolinea con un crescendo sonoro ed emotivo del miglior power noise possibile. Ciò che dovrebbe corrispondere ad un avvicinamento all’umanità non coincide con l’urlo sempre più primitivo e drammatico, biforcazione tra forma e sostanza, un viaggio che risalendo, precipita nell’abisso psichico, un viaggio che termina al cadere della maschera rivelando l’uomo, Chiaravalli senza freni tra fumi e visual di distruzioni, incendi ed esplorazione della materia, un gran lavoro che dallo stile suppongo appartenere a Bandera. È a questo punto, nell’orgasmica ultima parte che ritroviamo Giovanni Mori al basso, scambio di favori a ruoli invertiti di quanto si vide al X congresso dove fu Iugula-Thor a duettare col musicista romano. È profluvio di alte frequenze, risonanze di power industrial in contrappunto col basso di Mori che in aperta sfida tenta la strada del temperamento equabile, inserendosi come un cuneo nelle distorsioni di Bandera. Lavoro non facile ma dalle resa affascinante e comunque la piena rappresentanza italiana sul palco, conferma ancora una volta come le eccellenze di casa nostra abbiano molto da insegnare al resto del mondo.

In conclusione ancora un grande evento, un sentito grazie a Protti (anche se in altre occasioni mi ha fatto più sconti sull’acquisto dei cd J ), a tutta la crew e come si dice in questi casi DO THE CONGRESS!

 
 

 
 

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