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Preoccupations – Preoccupations

by MonkeyBoy (Vinylistics)

30Settembre2016

La stragrande maggioranza degli artisti in campo musicale (e non) ha un unico esordio; in pochi, quelli che cambiano formazione o disciplina artistica, riescono ad averne due. Ma quelli che possono permettersi il lusso di debuttare per ben tre volte credo si possano contare sulle dita di una mano. I Preoccupations, già Viet Cong e ancora prima Women (ma solo due di loro), appartengono a quest’élite e oggi parliamo dell’ennesima volta in cui pubblicano un album omonimo nel giro di soli otto anni.

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L’anno scorso a proposito di Viet Cong ho un po’ raccontato la storia di Matt Flegel (voce, basso), Mike Wallace (batteria), Scott Munro (chitarra, synth) e Daniel Christiansen (chitarra), di come – partiti da Calgary solcando l’immenso mare del post-punk – siano arrivati ad essere idolatrati come nuova cosa grossa. Avevo anche espresso le mie personalissime perplessità su tutto quell’hype, riservandomi di cambiare idea in futuro. Quello che è cambiato di sicuro è il nome del gruppo. Viet Cong (ma dai?) ha portato loro solo guai e casini pseudo politico-sociali, oltre all’incredibile cancellazione di numerose date del tour. Dunque Preoccupations è il risultato di un periodo di introspezione profonda, fra crisi personali e collettive, il che è quasi sempre un buon inizio da cui partire per fare grande musica.

In fase di scrittura e registrazione i quattro canadesi erano, a detta degli stessi, in uno stato di totale instabilità. Avevano abbandonato il loro consolidato metodo di comporre on the road per chiudersi letteralmente in uno studio col fidato Graham Walsh (che produce insieme a Flegel e Munro) a ripensare la loro ragione di esistere. Se da un punto strettamente musicale siamo sempre in ambito post-punk, con incursioni decise di new wave e krautrock, sono le tematiche ad essere cambiate e a condurre l’ascolto. Vengono abbandonate le grandi questioni del passato per concentrarsi su argomenti più intimi ed immediati, stati d’animo viscerali della vita di tutti i giorni, che appaiono del tutto evidenti già dalla scelta dei titoli.

Anxiety, rock graffiante e corrosivo, fa di tutto per restituire un senso di fastidio e ineluttabilità (“Encompassing anxiety”) grazie sia ad un tono vocale monocorde sia ad un gran lavoro delle percussioni, militaresche e palpitanti. L’ansia della band è l’incertezza del futuro (“I was living in a vacuum, deteriorating to grat acclaim”) che si traduce in un catalogo di fobie infantili che tra tastiere, droni e atmosfera industrial rappresenta un inizio davvero notevole. La successiva e narcolettica Monotony in meno di tre minuti si spinge oltre e ci dice tante cose. Prima di tutto, che alcuni problemi sono più grossi di altri ma che sono quelli che ci tengono svegli la notte a preoccuparci maggiormente (“The persistence of monotony is blowing out the sun, this repetition’s killing you, it’s killing everyone”). Inoltre, all’interno di un brano assai denso (un ‘vicolo cieco’ come il gruppo l’ha definito) non mancano momenti nonsense stranianti ma che alleggeriscono (“Cautiously optimistic, skillfully sadistic, falsetto echolalia, falling in to mania”), il che si unisce all’introduzione della drum machine nel definire una strategia less is more per cui si può anche essere estremamente schietti e sinceri senza risultare troppo pesanti.

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I Preoccupations dal canto loro fanno in modo da rendere totalizzante l’esperienza d’ascolto di un disco che è pervaso da una tensione nervosa palpabile. In questo sensoZodiac – che si innesta sulla stessa struttura di Monotony aumentandone i giri – è una digressione krautrock che cerca di fare del suo meglio (“You can’t be happy everyday”, appunto) per distrarre la nostra attenzione prima di quello che è il vero punto nevralgico dell’album, Memory. Probabilmente Flegel e soci non hanno mai composto undici minuti così complessi e completi, ed il fatto di averci lavorato e rilavorato sopra per due anni in sei studi diversi non fa che confermare questa sensazione. Espressione in purezza del tema della rinascita attraverso la dissoluzione, Memory si fonda sul processo di destrutturazione e ricostruzione non solo personale (“You don’t have to say sorry for all the things you failed to do, you don’t have to say sorry for all the times when everything fell through”) ma della stessa texture del brano. Musicalmente è un’esperienza meditativa divisa in tre suite: ad una prima parte lenta di classico stampo post-punk ne segue una new wave in cui come ospite alla voce c’è Dan Boeckner degli amiz Wolf Parade fino ad un lungo finale tra noise e ambient.

 

Quello che cercavo nei nuovi Preoccupations prima di sentire il disco era qualcosa di diverso, anche se capisco che detta così ha ben poco senso. Quello che ho trovato inPreoccupations è esattamente ciò di cui sto parlando. Perché ok che i riferimenti sono sempre gli 80’s di Joy Division, Chrome, Echo & The Bunnymen eccetera, ma ora è tutto meno oscuro e in un certo senso più completo che in passato. Abbandonando forse una volta per tutte il citazionismo manicheo di Viet Cong, la band produce un lavoro finalmente eterogeneo, in cui ha nazionalità una bomba come Degraded. Emblematica del nuovo corso, unisce ad elementi tipici – tono baritonale, batteria motorik e droni stratificati –un’orecchiabilità che la porta, nonostante una struttura tradizionale guidata dal basso, ad essere quasi pop nel coro, con in più un’inaspettata varietà di colori che la rende caleidoscopica. Ma su tutto c’è questa sensazione di regressione (“Degrade into a fraction of yourself”) mista a tremenda consapevolezza (“Predictably we have no goals, incapable of abstract thoughs”) che ne fa un manifesto di modernità che mai mi sarei aspettato mi fosse sbattuto in faccia così...continua su Vinylistics

 
 

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