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Cosmonauts – A-OK!

by MonkeyBoy (Vinylistics)

13Settembre2016

Quando tempo fa conclusi con i Cosmonauts il primo mini-ciclo sugli artisti della Burger Records sottolineai come la band originaria di Fullerton, California, avesse dei seri problemi coi batteristi. Dalla sua nascita nel 2009, il nucleo storico composto da Derek Cowart (voce, chitarra), Alexander Ahmadi (chitarra, voce) e James Sanderson III (basso) aveva visto alternarsi alla batteria un numero sospetto di drummer, qualcosa come uno all’anno. Giunti al loro quarto album, A-OK!, i tre hanno pensato bene di continuare la tradizione arruolando tale Mark Morones, che ancora non lo sa, ma è qui solo di passaggio.

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Registrato allo studio Station House di Echo Park, il nuovo lavoro del gruppo ora domiciliato a Los Angeles vede la collaborazione di Mark Rains in fase di produzione (recording e mixing). Dopo il botto con Persona Non Grata avevo già espresso la mia convinzione che una fase della vita dei Cosmonauts fosse finita e che per forza di cose ne dovesse cominciare un’altra. A tre anni di distanza, la svolta è stata presa verso sonorità più pop e a tratti space rock, mentre il classico impianto garage-psych si fa molto più educato, complice una confezione assai curata che riesce a piegare fuzz, eco, riverberi e la cacofonia tipica della band a sonorità più fruibili.

Fin dall’iniziale title-track appare chiaro come i Cosmonauts abbiano guardato al sound beatnik anni ‘60 come ad una delle maggiori fonti di ispirazione. Un po’ Pulp – e quindi parecchio britpop – A-OK! ammicca agli Echo & The Bunnymen per qualcosa che è punk e neo-psych soltanto in teoria, mentre la voce di Cowart suona addomesticata come non mai. È un buon incipit, cui fa seguito la persistenza ridondante di Doom Generation (qui spuntano Jesus And Mary Chain, vecchio pallino del trio) in cui fa capolino il synth di Lucas Drake, collaboratore occasionale e possibile valore aggiunto, a dire il vero non sfruttato come si sarebbe potuto. La sexy e languida Party At Sunday è il primo e unico momento davvero lento in mezzo a brani che non escono mai dal mid-tempo. Ha qualcosa di shoegaze e si gioca molto sulle atmosfere da tramonto californiano, oltre ad essere esemplificativa di liriche al solito ispirate e depresse (“I fell in love and I hated it”).

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La parte centrale è senza dubbio quella più debole e se consideriamo che in teoria sarebbe stata deputata a rappresentare il nuovo corso del gruppo, allora qualche campanello d’allarme sarà già suonato dalle parti dell’Orange County. Lo space-poppy-rock di Short Wave Communication, oltre a citare The Secret Machines e avere Shannon Lay ai cori, fa davvero troppo poco per spuntare qualcosa più della sufficienza. Se poi Heavenspeak sarà ricordata per lo più come il primo contatto tra i Cosmonauts e la new wave, Good Lucky Blessing riesce a fare addirittura peggio degradando i Simple Minds verso un jangle-pop piatto e ripetitivo, non pessimo in sé ma tremendamente anonimo, il che forse è anche peggio. Ad elevarsi da questo lotto è di sicuro Cruisin’, il cui piglio è decisamente diverso e dove le 12 corde beneficiano di un’ottima sezione portante di basso e batteria...continua su Vinylistics

 
 

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