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Bat For Lashes – The Bride

by Aria (Vinylistics)

13Luglio2016

Su questo blog più di una volta (soprattutto grazie alla nuova categoria) abbiamo dimostrato di apprezzare molto anche il cinema e oggi, in qualche modo, ritorniamo alla settima arte proprio grazie al nuovo disco di Natasha Khan aka Bat For Lahes.

La storia attorno al quale si sviluppa tutta l’opera, racconta di una sposa che attende all’altare il suo futuro marito. Purtroppo quest’ultimo non arriverà mai da lei a causa di un incidente stradale durante il raggiungimento della chiesa. È indiscutibile che attorno all’aurea di questo disco aleggi giusto un pizzico d’angoscia ma, un po’ come in ogni film alla lynchiana maniera, conscio e inconscio si incontreranno e fonderanno, dando vita a un’onirica svolta, piena di elementi simbolici che non porteranno affatto dove inizialmente si potesse pensare.

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The Bride è il quarto album, in dieci anni, in uscita per la compositrice inglese e mai come questa volta tutti gli elementi eclettici della sua personalità artistica sono venuti fuori per ricongiungersi e dare vita a un quadro completo della sua visione culturale, fortemente legata anche al mondo del cinema e dell’arte. Questo non solo perché sono state sue materie di studio all’università ma, per fare un esempio, anche una delle più celebri tra le sue canzoni, Daniel, è proprio un omaggio all’omonimo protagonista della trilogia di Karate Kid (Nonono Daniel San!) e quindi che un concept-album così sarebbe prima o poi arrivato era già prevedibile da tempo. Ad aprile durante l’ultima edizione del Tribeca Film Festival viene dunque presentato il cortometraggio intitolato I Do, scritto e diretto da lei, a completamento di questa produzione audiovisiva molto elaborata.

Ogni traccia di quest’album ha un proprio ruolo e ogni nota si addossa la responsabilità di raccontare dall’inizio alla fine una storia che non narra semplicemente una triste vicenda accaduta a una giovane donna, ma anche e soprattutto il processo emotivo della stessa, trasmettendo tutto ciò che interiorizzerà durante questo profondo viaggio nel dolore. Ora devo respirare un attimo.

Sono le dolci note di I Do a fare da introduzione, elogiando tutti i valori fondamentali del matrimonio, salvezza di questa sposa, felice di coronare presto il suo sogno d’amore. Ma le atmosfere spettrali di Joe’s Dream sono pronte a prepararci al peggio e questa sposa sa già che la sua anima gemella si dissolverà prima di unirsi a lei completamente. La Khan fa come sempre del suo timbro vocale il punto di forza, dando a ogni parola un’intensità struggente. Ci si sente persi come quando si vaga di notte nel buio con le evocative parti corali che rimandano a percezioni confuse e allo stesso tempo inevitabili. In God’s House esorcizza tutta l’attesa di quest’uomo che non arriverà mai all’altare con una trama sonora cupa, sintetizzata da un pop psichedelico e torbido.

The Bride sembra essere la versione avanzata e matura dell’esordio Fur And Gold: dopo dieci anni ritroviamo il lato più intimista della Khan e, seppur attraverso un personaggio fittizio, finalmente riesce a tirare fuori tutta l’emotività struggente senza alcun filtro, senza alcuna stratificazione sonora di troppo.

Si riparte con Honeymooning Alone in cui la sposa decide (inspiegabilmente, inquietantemente, Tarantinamente) di partire comunque per il viaggio di nozze, anche se il suo compagno non ci sarà. Quindi la Kiddo è così che decide di affrontare il proprio dolore, facendo comunque il viaggio di nozze che avrebbe dovuto condividere con la sua metà, ritrovando se stessa nel bel mezzo delle proprie lotte emotive, tra la vita e la morte, il dolore e l’amore. Ed ecco che ritorna ancora il riferimento cinematografico a Lynch che negli ultimi quarant’anni ha fatto un po’ di scuola sul dualismo interiore.

Ogni parola di questi brani affonda colpi profondi al limite dell’esasperato, che però non viene mai davvero oltrepassato perché la Khan riesce a bilanciare i toni struggenti delle liriche con alcuni passaggi sonori ricercati e accattivanti. Discorso che vale per Sunday Love e In Your Bed, due momenti ritmicamente molto diversi tra loro ma con la stessa capacità di combinare al meglio la voce di Natasha con la (poco presente) sperimentazione sonora del disco....continua su Vinylistics

 
 

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