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The Limiñanas – Malamore

by MonkeyBoy (Vinylistics)

9Maggio2016

Scrivo sul blog abbastanza a lungo da poter vedere alcuni artisti letteralmente crescere davanti agli occhi. Certo parlare di crescita per un duo di navigati quarantenni è forse eccessivo, ma col loro quarto album (primo per Because Music) i Limiñanas finalmente decidono che per loro la musica è una cosa seria cui dedicarsi in modo professionale. Con Malamore si aprono al grande pubblico che, si spera, possa davvero cominciare ad apprezzare la band francese più cool degli ultimi anni.

L’evocativo ed italianissimo titolo pare sia la sintesi di due diverse ispirazioni: da una parte il brano diEnzo Carella del 1977, dall’altra l’ultimo film di Eriprando Visconti (1982), drammatico testamento del nipote del ben più celebre Luchino. Dal canto loro, i coniugi Lionel (chitarra, basso, tastiere, voce e tutto il resto) e Marie (voce, batteria) Limiñana scelgono ancora una volta gli studi casalinghi di Perpignan per comporre dodici storie a loro modo tutte incentrate sull’amore, o meglio sull’amore malato e cattivo. Un noir sentimentale, in cui non rinunciano a nessuno degli elementi che li hanno caratterizzati fino ad ora che, anzi, implementano e rendono maggiormente fruibili o comunque meno obliqui. A partire dalla copertina, che li ritrae davanti ad una roulotte argentata anni ’50 durante il festival di Paulilles, una lunga spiaggia al confine con la Spagna. Sembra un poster classico di un classico film di genere e, che ci crediate o no, è già tutto lì.

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Il forte carattere cinematografico che li ha sempre contraddistinti ci arriva con tinte ancora più forti e definite che in passato. Il richiamo all’epica morriconiana è evidente sia nell’intro strumentale diAthen I.A sia nell’intermezzo di El Sordo. Si tratta di affreschi scarni ed essenziali, in cui le classiche atmosfere da spaghetti-western – pur restando ardenti e polverose – sono aggiornate alla sensibilità moderna, alla maniera tarantiniana insomma. Naturalmente non è solo il maestro italiano ad allungare la sua ombra, qui. In Kostas un Lio à la Gainsburg porta in Grecia qualcosa a metà tra John Barry, Jack Nitzsche e i polizieschi nostrani dei ’70, mentre la rilassata, zuccherosa e quasi del tutto strumentale Paradise Now dichiara senza censura la sua devozione alle commedie erotico-sentimentali proprio di quegli anni.

In particolare si nota una ricercatezza pop che, al di là del divertissement di Paradise Now, trova assoluto compimento in Garden Of Love, primo singolo estratto, noto per avere come guest star niente meno che Peter Hook. Magari in futuro si guarderà a questo brano come a quello della svolta per i Limiñanas, magari no. Sta di fatto che dal cantato in inglese di Marie, al basso evocativo di Hook (presente anche ai cori), ai testi trasognanti (“It must be a dream, nothing is real”) è evidente come i due francesi cerchino di esplorare senza snaturarsi. Tra percussioni micidiali e chitarre malinconiche e suggestive, Garden Of Love è forse l’apice compositivo della loro carriera, una serenata nel paradiso terrestre dove Adamo ed Eva vivono il loro assurdo sogno d’amore senza curarsi del domani.

Si tratta, inoltre, di uno degli episodi in cui spicca l’innata capacità della band di raccontare storie. Uno storytelling in cui spesso la voce narrante di Lionel si unisce all’inconfondibile groove edificato anche solo con un paio di accordi, così sofisticato eppure mai pretenzioso. L’apparente semplicità diEl Beach nasconde una ricercatezza non comune nell’associare venature mediorientali ad un mood prettamente 60’s e ad intrecci naturalistici (“Il est temps d’aller s’baigner”). La quasi gemella Prisunicaggiunge a quest’impianto un riff killer eccezionale, che insiste tra pop-rock e yé-yé nel narrare di fascinazione urbana, dell’essere catturati dalla bellezza di qualcuno mentre si fa shopping (Prisunic è il nome di un ex catena di supermercati francese).

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Questa tensione costante tra sublime e terreno intrappola Malamore in un conflitto che si gioca tra una produzione quanto mai ricca (ed a tratti ipnotica) e un senso di intimità e lo-fi che i due vogliono restituire tramite una strumentazione retrò fatta di chitarre fuzzate e riverberate, tastiere elettriche vintage e così via. Pezzi come la title-track o The Dead Are Walking fanno della loro anima psych-garage il trait d’union con la nostra pancia ulteriormente nutrita, se mai ce ne fosse ancora bisogno, dal french pop (Dahlia Rouge) o dal punk anni ’60 (Zippo), a totale discrezione dei coniugi Limiñanas. Quest’ultima in particolare rappresenta l’altro polo compositivo dell’album. Ne è la parte selvaggia e furente, amara e distorta, che controbilancia il tutto verso una definizione del garage-pop aperta ad ulteriori contaminazioni future.

Se Costa Blanca li vedeva circondati da ospiti ed amici, Malamore li vede assoluti protagonisti con le sole eccezioni di Hook e Pascal Comelade, che possiamo apprezzare nell’incredibile conclusione diThe Train Creep A-Loopin. Incalzante momento filmico, è un brano complesso nel sound e nella texture, una sorta di cliffangher finale; il climax conclusivo costruito ad arte per lasciarci sul più bello, con più domande che risposte, mentre la scena sfuma sul nero e i due ci promettono un seguito altrettanto intrigante... continua su Vinylistics

 
 

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