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In attesa del secondo album in uscita in autunno, riprendiamo l'esordio omonimo - uscito nel 2015 - de La sindrome di Kessler

17Febbraio2016

La Sindrome di Kessler
Omonimo
Autoproduzione 2015

Hanno fatto bene i La Sindrome di Kessler quando hanno scelto di lasciarsi attraversare dal noise, dai brividi rock graffianti e ruvidi degli anni 90 dei Nirvana e dei Sonic Youth, non dimenticandosi però di lasciare alta l’attenzione anche alle gesta italiche dei Marlene Kuntz o Massimo Volume, per nominare due gruppi che sembrano saltare fuori. Le canzoni sembrano inquadrate nella certezza che è di emozioni vissute che devono essere composte. In “Fanfarlo”, che apre il disco, è come se il cantante Antonio Buomprisco raccogliesse a se l’aria che attraversa in una sorta di viaggio pindarico e la melodia delle chitarre di Buonprisco e Canio Giordano, assieme la batteria di Luca Mucciolo, che arriva come uno splash di acqua ghiacciata sulla testa in una giornata bollente. È come se profumasse lo spazio di forti e intense sensazioni vissute, da vivere e da prendere a piene mani. “Sinuose Alterazioni” inizia raccogliendo i pezzi sparsi per terra di un momento che trabocca di dolore, quando poco prima era stato un momento meraviglioso, e le chitarra noise con la voce sinuosa di Antonio incedono e spezzano gli arcobaleni, ma arriva la voce recitante su atmosfere più pacate che sparge saggezza su quello che è appena successo. Un attimo da dimenticare, dunque, era finzione. “Le Direzioni” con un giro di chitarra che non si compie, s’interrompe accompagnando la speranza ribadita nel testo ‘presto toccherò qualcosa’ cercando un senso di concretezza, una direzione, quando spesso il vuoto e il pieno sono la stessa cosa. Il violino nel finale addolcisce il finale amaro del nulla da toccare in fondo alla fiera. “ Condizione Immune” con le note melodiche della voce intrecciate al basso di Roberto Cola in una spirale musicale che evocano i giullari, i cavalieri e gonne lunghe delle donne che ballano. La linchiana “La Detonazione delle nuvole” sembra la colonna sonora di un documentario sulla fine dell’asfalto. In “New Day” si accentua il cantato graffiato alla Kurt Cobain nel ritornello in inglese, per la metrica certamente, ma perfettamente inglobata nella canzone più ottimista dell’album, ma tutti moriremo, si sa.

Francesca Ognibene

 
 

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