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Fanfarlo - Let’s Go Extinct

By Aria, Vinylistics

26Febbraio2014

Voto: 6,5/10

Erano solo quattro mesi fa quando nell’aria c’era profumo di novità, atmosfere raggianti e melodie gioiose dal retrogusto anni 80 per i Fanfarlo che sfornavano The Sea, EP pubblicato a gran sorpresa per i fan, dopo due precedenti riuscitissimi album, in attesa del terzo lavoro. Bene, l’attesa è finita: il 10 febbraio scorso pubblicano Let’s Go Extinct per la loro etichetta discografia, la New World Records.

Anche se noi Vinilistici tendiamo ad essere quelli che stanno sempre un passo avanti, stavolta ci tocca per forza farne uno indietro.

Ottobre 2013.

The Sea con solo 4 brani riesce a creare qualcosa di davvero prezioso nel percorso della band londinese, proiettandoci in un’atmosfera alternative-pop che si interroga sull’evoluzione umana e su dove si stia dirigendo, trattando di tematiche complesse come i problemi di comunicazione che ogni giorno ci troviamo ad affrontare. Leggero ed emblematico al tempo stesso. Figata.

Erano solo quattro mesi fa.

Oggi con Let’s Go Extinct i Fanfarlo ci consegnano il loro terzo album, una prova ancora più difficile del tanto temuto sophomore per una band. Figuriamoci poi per quelli come i Fanfarlo che sono stati continuamente paragonati a nomi tipo Arcade Fire. (Se si parla della band canadese, un solo esempio basta a far capire quanto peso gravi sulle spalle della loro reputazione.)

Eppure personalmente ho sempre evitato di fare certi paragoni perché nel loro caso non sembrava propriamente un complimento. Paragonarli a grandi nomi sembrava quasi sminuire il loro stile e privarli ingiustamente di una parte della loro personalità. E album come Reservoir e Rooms Filled With Light non lo meritavano affatto per quanto fossero musicalmente elaborati e distinti dalla scena indie che li rappresenta.

Anche stavolta Simon Balthazar & Co. ci propongono altre riflessioni sulla condizione umana e sul viaggio che nella vita siamo destinati a compiere, con 10 brani che ne ipotizzano il futuro finale. Ci lanciamo di nuovo sul pesante. Il concept alla base di The Sea viene quindi portato avanti e approfondito, ma stavolta le innumerevoli e varie influenze musicali disorientano un po’, rendendo impossibile la volontà di non fare paragoni.

Registrato nei Bryn Derwyn Studios con la produzione di David Wrench, l’album presenta cambiamenti fin dalla formazione della band che vede sostituire il batterista Amos Memon con Valentina Magaletti.

Si inizia con Life In The Sky che con i suoi 6 minuti dà il via alle danze con una melodia molto più immediata di quelle a cui i nostri inglesi ci hanno abituati. E’ stato assurdo il richiamo prepotente ai Metronomy, passato in secondo piano dopo lo stupore per il sound pop elettronico che è l’elemento-novità di tutto il disco. Cell Song fa da traccia-tappeto per passeggiare tra elementi e colori celestiali mentre la voce di Balthazar prende possesso della scena e con Myth Of Myself ci regala una ballata lenta e morbida che ricorda tanto gli esordi di Reservoir, come del resto anche The Beginning And The End che cresce man mano di intensità e ci regala un bel momento di piano che raramente sentiremo in questo album. Una delle mie preferite. Del precedente EP troviamo A Distance, la traccia che a me convinceva meno, onestamente, che però trova un suo senso qui in questo percorso filosofico ed esistenziale dalle sonorità anni 80, facendo sentire fortemente un retrogusto alla Talking Heads. A metà album troviamo Landlocked, il primo singolo che ne ha anticipato l’uscita a dicembre. Un pezzo davvero trascinante col suo pop ballabile impreziosito da leggiadri momenti di archi che danno un tocco così enfatico, sognante e liberatorio. Stessa sensazione che si ha anche dal video, che potrete vedere qui sotto, diretto da Inga Birgisdòttir.

Entriamo nella parte finale con un quartetto di canzoni davvero interessante, a partire da Painting With Life dove gli strumenti a fiato padroneggiano la scena ed è davvero facile sentire richiami beatlesiani. Sì, è un continuo riconoscimento di influenze musicali, dal primo all’ultimo brano. Ad un certo punto vi sembrerà quasi di affrontare una sfida contro voi stessi e la vostra conoscenza musicale. The Grey And Gold, lenta e armoniosa, scorre piacevolmente tra i soliti momenti intrecciati di archi e fiati e uno dei rari episodi di pianoforte che avviano alla grande alla successiva, bellissima, The Beginning And The End di cui abbiamo parlato prima. Tutto finisce con la title-track Let’s Go Extinct che vi metterà un’esageratissima malinconia addosso, che vi passerà anche la voglia di trovare la somiglianza musicale.

Il disco è finito e in generale potrei dire che nel complesso risulta abbastanza positivo. Riesce bene nell’intento di farci compiere un viaggio mentale in spazi astratti e riflessioni che troppo poco spesso affrontiamo. Ma non è una novità che i Fanfarlo prediligano questi temi al stra-trattato ammmmore. Quest’album è stato registrato nei suggestivi studi di Bryn Derwyn che è un piccolo paese nascosto vicino ad una cava di ardesia a North Wales che al cantante Balthazar tanto ricorda il posto in cui è cresciuto e che è riuscito a metterlo nelle condizioni di tirar fuori il suo lato più spirituale. Su questo non oso metter bocca.

Ciò che delude è la mancanza di volontà di migliorarsi, di ricercare quel qualcosa di musicale che li distinguesse come è successo nei due album precedenti. Quest’album sa di tutto e niente: pur avendo dei momenti davvero belli, non riesce a tirar fuori l’essenza della band che ci aveva regalato davvero ottime premesse con l’EP The Sea.

Erano solo quattro mesi fa.

 
 

Tratto da:
http://vinylistics.altervista.org

 
 

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