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Roger Waters - The Wall

Forum di Assago (MI) - 5 Aprile 2011

30Novembre1999

L’uscita di The Wall, nel 1979, fu un evento. Prima il doppio disco, a seguire il film di Alan Parker, interpretato da un giovane Bob Geldof, e poi le poche date di un tour esagerato per i tempi. 
E’ Roger Waters il motore di quel progetto che vide i Pink Floyd artefici di un’opera rock che sviluppava tutte le forme di comunicazione allora disponibili. La trasposizione scenica live diventava una sorta di musical rock, con l’eccezione del fatto che quel disco metteva in discussione la tradizionale forma canzone, punto fermo dei musical classicamente intesi.
Va detto che la vicenda raccontata, le paure manifestate, le critiche a tutti gli “ismi” possibili, sono certamente frutto della mente del bassista, ma il contributo che da David Gilmour nella parte cantata è irrinunciabile per la perfetta riuscita dell’evento. Nello spettacolo i personaggi del film sono a volte pupazzi, a volte proiezioni, oppure sono interpretati dagli stessi musicisti. 
Ai tempi le date del live furono davvero poche, per via dei costi proibitivi e per delle problematiche logistiche che uno show così comportava.
A distanza di tanti anni, Roger Waters decide di rimettere in piedi lo spettacolo e, grazie alle nuove tecnologie che consentono oggi di fare cose che tempo fa erano impensabili, da vita al “The Wall – World Tour 2011”. Quei concerti di cui si poteva leggere qualcosa sulle riviste specializzate di allora, accendevano la fantasia di noi giovanissimi, che sognavamo ad occhi aperti di potere assistere a un concerto di quello portata.
Tutto sommato né io e neppure Roger Waters abbiamo così tanti capelli bianchi, ma il tempo è passato. 

Forum di Assago, martedì sera, più di dodicimila persone attendono di assistere allo show. Si è tutti intenti a guardarsi attorno per scovare trucchi, oggetti, e tutto ciò che potrebbe ad un tratto trasformarsi in chi lo sa che.
Il muro si costruisce piano, ma fuochi d’artificio, immagini di guerra, di morti in guerra, danno il via allo show. 
Dal tetto del palazzetto un aereo va a schiantarsi su un lato del muro. E da lì un susseguirsi di effetti speciali, soprattutto per quanto riguarda i giochi di luce e l’utilizzo delle proiezioni. Sempre presente il classico schermo circolare che, da tempi immemori, i Pink Floyd utilizzavano nei loro concerti. 
La costruzione dello spettacolo ricalca fedelmente ciò che è stato, ma qui Waters ci mette del suo, attualizzando il racconto, inserendo molto di contemporaneo. La critica alle guerre rimane, e anche i riferimenti al padre morto ad Anzio durante la Seconda Guerra Mondiale, ma poi si vedono immagini fortissime dei giorni nostri. I messaggi sono chiari. Non è solo un No alla guerra, ma c’è una forte presa di posizione riguardo al fatto che i cambiamenti devono partire da noi e che i sogni, e sì, anche l’amore, non bisogna lasciarli ingrigire come può succedere ai nostri capelli…
Esegue “Mother” alla chitarra acustica, come aveva fatto durante un concerto negli USA nel ’79 e, come Waters stesso spiega, le immagini che vediamo proiettate mentre esegue il pezzo sono proprio quelle di allora. E’ suggestivo vedere come il labiale di lui trentottenne incontri con naturalezza la sua voce oggi.
Le grandi aziende, i grandi marchi che condizionano non solo le nostre scelte, ma anche quelle dei nostri governi, sono il simbolo di ciò che non va. E allora stormi di aeroplani scaricano bombe griffate. Non è solo una critica al capitalismo, ma anche a quel lasciare che le cose accadano senza chiedersi il perché. E quindi tutti i muri di cui questo mondo è pieno. Quelli fisici e quelli che si creano tra le persone. Tra ricchi e poveri, tra bianchi e neri, tra neri e meticci, e così via.
Tutto perfetto. Troppo perfetto, però. Se si può muovere una critica, è forse questa. Lo spettacolo ha delle cadenze precise, dei tempi rigidissimi in cui tutto si deve incastrare alla perfezione. Le immagini con la musica, la musica con le coreografie, i giochi di luce con pupazzi enormi.
Questo porta a una totale assenza di una possibilità di variazione, di un’improvvisazione. 
Waters ha messo mano sull’impianto scenico e sulla parte visiva di questa opera rock tenendo fede all’originale, mentre nella parte musicale ci sia concesso evidenziare che si sente la mancanza dei compagni storici. Dopo tutto è la sua carriera solista a dimostrare quanto la figura di Gilmour fosse sicuramente meno geniale di quanto lo siano lui o il compianto Syd Barret. Ma tuttavia il chitarrista rimane per Waters il miglior partner musicale. Può sembrare un’eresia, ma le chitarre sono troppe e troppo invadenti, e anche le voci si che interagiscono con lui, non sempre appaiono azzeccate.
I momenti migliori, a mio parere, sono stati proprio quelli in cui le chitarre non hanno avuto questo ruolo da protagoniste, e in cui a cantare era solo Waters. Dopo l’intervallo la sequenza “Hey You”, “Is there anybody out there?”, “Nobody Home” e “Vera” ha creato uno dei momenti più belli della serata. Manca però la parte emozionale, in tutto questo. 
Anche quando crolla il muro, quando esplode questa imponente costruzione, che rappresenta il vero protagonista dello show, non ci sono brividi ma solo ammirazione.

Forse l’attesa di tanti anni, forse il fatto che tutti siamo cresciuti, forse anche che di show monumentali se ne sono visti tanti da allora, o forse non lo so, ma avrei voluto sentire almeno per un secondo quel fremito che mi dice che ne è valsa la pena davvero esserci stato, al posto della soddisfazione di poter dire di avere assistito a un bellissimo spettacolo. 

a cura di Ivan Grozny
Immagini e video di Giuliano Rampazzo

 
 

    video

  • Video - The Wall - Roger Waters #1
  • Video - The Wall - Roger Waters #4
  • Video - The Wall - Roger Waters #7
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