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ReadBabyRead #147 del 17 ottobre 2013

Luis Sepúlveda: "Diario di un killer sentimentale" (3/4)

17Ottobre2013


Luis Sepúlveda
Diario di un killer sentimentale (parte 3 di 4)


per info su F. Ventimiglia e C. Tesser:

Lettura e altri crimini
iTunes podcast

Legge: Franco Ventimiglia


La scrittura e i dannati della terra

di Luis Sepúlveda,

Suppongo che il primo documento che dà voce a chi non ha voce sia il poema epico intitolato L’Auracana, scritto da un soldato poeta, Alonso de Ercilla, che nel 1542 accompagnò García Hurtado de Mendoza nella conquista del Cile. In quel poema, Ercilla testimonia il valore dell’Altro, dell’indio, di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso. Invece la testimonianza letteraria più nota di questo dar voce a chi non ha, o non può far sentire, la propria voce è forse il J’accuse di Émile Zola, anche se in realtà il capitano Dreyfus, malgrado l’enorme coraggio dell’articolo di Zola, non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verità non riuscì a imporsi in tutto il suo splendore.

Nella letteratura latinoamericana, a partire dal Settecento, sono molti gli esempi di scrittori che hanno dato voce a chi non aveva alcuna possibilità di dire: «Esisto. Vivo e non sono invisibile». Quando il cileno Baldomero Lillo pubblicò gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e Subsole, diede voce alla gente più miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale, soffermandosi però a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a queste donne e contribuì a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai. Lo stesso si può dire del brasiliano Guimarães Rosa perché, quando scrive Grande Sertão, sceglie come narratore un uomo che vaga in una terra disastrata e attraverso quel racconto in linguaggio popolare avanza una durissima denuncia sociale.

Nella nostra epoca, credo che lo scrittore più coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha voce sia stato il polacco Ryszard Kapuscinski. Un libro di racconti come Ebano ritrae l’identità del continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povertà che per le potenze straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani. Fortunatamente sono molti gli scrittori e le scrittrici che hanno compreso la dialettica implicita nel dualismo persona- scrittore. Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e con la società improntato a un’etica rigorosa, che più è rigorosa più ci umanizza. Alla letteratura siamo invece legati da un forte vincolo estetico. L’etica e l’estetica sono però destinate a incrociarsi e quindi la cosa più interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo è che conferiscono alla loro letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.

Non è un caso né un semplice stratagemma letterario che lo svedese Henning Mankell si serva della trama di un noir scandinavo per dare voce alle vittime dell’apartheid in Sudafrica. Come non è un caso che Doris Lessing abbia fatto della sua opera una continua tribuna da cui chi non ha voce esprime la propria disillusione e al tempo stesso la propria speranza.

Per me è particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l’uomo e ciò che gli impedisce di essere felice. Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità. Mi sono trovato a vivere nella seconda parte del Ventesimo secolo, un secolo segnato dal confronto tra due potenze che hanno fatto della guerra e della pace un ricatto per spaventarsi a vicenda, e hanno deciso che nelle rispettive zone d’influenza la libertà, la giustizia sociale e la dignità fossero riservate all’élite.

So che a volte vengo considerato un individuo strano che sacrifica il suo talento e la sua capacità di affermarsi (peccato che non abbia mai capito in cosa ci si possa affermare senza schiacciare gli altri) e che spreca il suo tempo a raccontare storie di gente non molto interessante. E in effetti, per esempio, invece di raccontare l’audace vita di un uomo di affari che riesce a diventare il maggior azionista di una fabbrica di rubinetti per l’acqua potabile, preferisco narrare la storia di un umile idraulico preoccupato perché certi rubinetti gocciolano, perdono acqua, e così, per evitarlo, al tramonto della sua vita condivide le proprie conoscenze con la gente umile del quartiere, e gli do voce perché spieghi il portento dell’acqua, la duttilità di certi metalli, il nesso che lega un attrezzo alla mano nell’esaudire un desiderio.

Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei monumenti all’orrore. Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo sono posti che si visitano in silenzio, perché la voce si rifiuta di descrivere quello che l’occhio vede, quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ciò che abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.

In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno — non so né chi né quando — ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finché esiste gente decisa a sacrificare la memoria: «Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia ». Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide carica del più infame degli oblii. Per questo scrivo.

da Repubblica
16 maggio 2013


Le Musiche
, scelte da Claudio Tesser

Mark Isham ("Trouble in Mind" Soundtrack), Trouble In Mind (The Return) [Mark Isham]
Miles Davis (Sketches Of Spain), Concierto De Aranjuez (Adagio) [Joaquín Rodrigo]
Gabriel Yared ("Betty Blue" SoundTrack), Des Oragees Pour La Nuit [Gabriel Yared]
Miles Davis (Sketches Of Spain), Will O' The Wisp [Manuel De Falla]
Gabriel Yared ("Betty Blue" SoundTrack), Comme Les Deux Doights De La Main [Gabriel Yared]
Tom Waits/Keith Richards (Son of Rogue's Gallery: Pirate Ballads, Sea Songs & Chanteys), Shenandoah [Traditional]
Ryuichi Sakamoto ("Femme Fatale" Soundtrack), Bolerish [Ryuichi Sakamoto]
Gabriel Yared ("Betty Blue" SoundTrack), Betty Et Zorg [Gabriel Yared]
Mark Isham ("Trouble in Mind" Soundtrack), Trouble In Mind (Reprise) [Mark Isham]
Mark Isham ("Trouble in Mind" Soundtrack), The Hawk (El Gavilan) [Mark Isham]
Miles Davis (Sketches Of Spain), Solea [Gil Evans]
Gabriel Yared ("Betty Blue" SoundTrack), C'est Le Vent, Betty [Gabriel Yared
Ryuichi Sakamoto, Snake Eyes [Ryuichi Sakamoto]
Gabriel Yared ("Betty Blue" SoundTrack), Cargo Voyage [Gabriel Yared]
Beth Orton (Son of Rogue's Gallery: Pirate Ballads, Sea Songs & Chanteys), River Come Down [Herbert Haufrecht, Dave Van Ronk]

 
 

Logo di articolo:
Cool Killer Wallpaper. Illustrazione dal sito mi9.com

 
 

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