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Cinema, immigrazione e scuola pubblica - Intervista ad Andrea Segre

Intervista all’Autore del film La Prima Neve. Il lancio del progetto La Prima Scuola

12Settembre2013

Lo scorso 6 settembre al Festival del Cinema di Venezia è stato presentato “La prima neve”, il nuovo film di Andrea Segre che ha raccolto applausi dalla critica, dagli addetti lavoro e dal pubblico.

Si tratta del secondo film dell’autore che segue l’altrettanto applaudito “Io sono li” (oltre ad una lunga serie di documentari di successo). Ma questa volta al centro della scena non c’è semplicemente la storia di qualcuno che viene da lontano. Non si tratta insomma di un film che narra le vicende dell’immigrazione, piuttosto, quella di “La prima neve”, ambientata nella Valle trentina dei Mocheni, è una storia che racconta uno spaccato di vita della nostra società.

Andrea Segre. Si, in fondo il film racconta il rapporto con il padre, con i genitori, con l’essere figli e con il rischio di perdere tutto ciò. Lo fa certamente attraverso l’incontro tra uno “straniero” ed un italiano, ma questa volta ho voluto inserire la figura dello straniero come presenza “normale”, un elemento della nostra società che permette di confrontarsi con temi più universali.

Questo non è un caso. Io credo molto nel fatto che siano proprio gli incontri tra le differenze, di culture, di provenienze, di generazioni, a dare la possibilità di superare i momenti di crisi. Ed è quello che succede a Dani e Michele che nel film vivono due situazioni molto pesanti, due ingiustizie intollerabili, come quella di avere una figlia nata lo stesso giorno della perdita di sua madre, o quella di un bambino orfano a nove anni dopo aver perso il padre molto giovane. Si tratta di due situazioni drammatiche, due crisi molto profonde, che trovano però un momento di svolta proprio nel momento in cui i due protagonisti si incontrano nel loro essere diversi ma complementari.

E’ un caso un po’ portato al limite ma d’altra parte questo è quello che fanno la letteratura, la narrativa ed anche il cinema, cioè il fatto di cercare in storie particolari, a volte minoritarie, a volte minime, delle tendenze, delle dinamiche profonde nelle relazioni umane. Ed è quello che ho provato a fare anch’io in questa piccola valle del trentino.

- [ Ascolta l’audio ]

NG. Un ’altra cosa che non sembra per nulla un caso è il fatto che tu abbia voluto collegare all’uscita di questo film un progetto che riguarda un tema centrale nella costruzione della nostra società, cioè quello della scuola, con il progetto la prima scuola che accompagna il film. La campagna per la sua promozione è già partita con la raccolta fondi per “regalare” progetti alle scuole di periferia che parlano il linguaggio dell’arte, della comunicazione e dell’integrazione.

Andrea Segre. La prima neve è nato proprio a partire dai bambini, dal bambino protagonista e da quelli con cui abbiamo lavorato non solo per costruire il film ma anche per conoscere la valle.

Io stesso sono andato in questa piccola valle molto sconosciuta ed isolata ed insieme a loro sono andato nei boschi, mi sono arrampicato sugli alberi, ho corso lungo i torrenti, proprio per imparare a conoscere loro e quei luoghi. Così, quando il film è finito ed abbiamo iniziato a ragionare sulla distribuzione, è stato spontaneo chiedere alla produzione di pensare a qualcosa che potesse continuare a lavorare con e per i bambini.

Ovviamente da cittadino e da genitore mi sono accorto di come la scuola elementare pubblica negli ultimi anni sia stata costantemente sotto attacco, non solo per i tagli ma anche per colpa di una forma di discredito e di riduzione del suo valore all’interno della nostra società nonostante si tratti di un’istituzione fondamentale. E la principale discriminazione che subisce è proprio il fatto che sono venute meno tutta una serie di attività pedagogiche che accompagnano la didattica, oggi invece affidate alle risorse delle famiglie con la conseguenze che nelle scuole in cui i genitori hanno disponibilità economiche si producono queste attività mentre in quelle dove le situazioni economiche dei genitori sono più difficoltose non si hanno questo tipo di attività. Si tratta del crollo del significato dell’istituzione pubblica.

Così unendo la centralità dei bambini nella realizzazione di questo film a questa urgenza sociale e culturale, ci è sembrato necessario lanciare questo appello e questo progetto.
La prima scuola è in questa prima fase una raccolta fondi per costituire il fondo che poi sarà destinato da una commissione di esperti pedagoghi, educatori e conoscitori del mondo della scuola per finanziare progetti di integrazione dell’attività didattica , che utilizzino il linguaggio artistico, del cinema, del video, ma anche del teatro, della musica o altri, proprio nelle scuole elementari pubbliche di periferia, in piccoli villaggi di montagna, in provincia o nelle vere e proprie periferie metropolitane, perché è proprio lì che la discriminazione di cui parlavo colpisce di più. Ma anche perché è in questi luoghi che si sta costruendo il nucleo fondamentale del futuro del nostro paese, che ha a che vedere anche con il tema del film, cioè quello della relazione tra culture diverse . E’ in queste scuole elementari di periferia che si sta formano la “nuova Italia”, quella delle tante culture, delle differenze e degli incontri. Ovviamente buona parte di questi progetti cercheranno di lavorare anche su questo tema.

L’urgenza di oggi quindi è quella di rendere possibile questo progetto e noi, già dopo la presentazione del film, abbiamo avuto moltissimi contatti dia parte di persone che sono rimaste colpite da questa idea e che hanno voglia di collaborare e di renderla possibile.
Zalab, che insieme a Jolefilm e a Parthénos collabora a questo progetto, ha attivato un blog, laprimascuola.wordpress.com che è un luogo non solo di raccolta delle donazioni ma anche di racconto, denuncia ed informazione sul mondo della scuola per riattivare questa attenzione.

- [ Ascolta l’audio ]

NG. Affrontiamo ora un altro tema che è quello che riguarda il tuo lavoro, l’ambiente in cui ti esprimi, quello del cinema.
Come il mondo della scuola anche quello del cinema vive un momento particolare. Non mancano idee e talenti ma, come spesso ci siamo trovati a discutere, il sistema cinema e più in generale il sistema della produzione culturale in questo paese arranca.
C’è oggi una questione fondamentale che credo riguardi anche registi come te che si propongono di portare temi reali e sociali all’interno del grande schermo ed allo stesso tempo un nodo che riguarda il concetto e la possibilità di produrre indipendenza culturale.
Qual’è a tuo avviso lo stato di salute del cinema italiano e cosa può significare oggi indipendenza all’interno del mondo del cinema?

Andrea Segre. Mi pare che la situazione sia molto chiara e lapalissiana soltanto che lo strato di retorica che la copre è molto solido e compatto. Un esempio credo permetta di capire molto bene cosa stiamo vivendo. Tutti noi siamo abituati a sentir parlare del successo di un film ancorato semplicemente alla quantità di soldi che è riuscito a produrre. Quello è andato bene perché ha fatto sei o sette milioni, quell’altrocosì e così perché ha fatto solo quattro o cinquecentomila euro. Ma queste cifre non significano nulla, sono semplicemente la superficie di una retorica comunicativa che coprono il sistema che ne rende possibile o impossibile l’ottenimento.

Un film come La prima neve, ma lo stesso vale per il Sacro grà, che ha vinto il Leone d’oro, o Corpo celeste o Io sono lì o altri film che hanno vinto premi e riconoscimenti di altissimo livello in tutta Europa ed in tutto il mondo, non solo in Italia, quando riescono a trovare cinquanta, sessanta o al massimo cento sale per la proiezione hanno ottenuto già una grandissima possibilità. Invece i film del mainstream commerciale, quelli che non vanno ai festival, che non cercano alcun tipo di rapporto con la qualità ma puntano esclusivamente allo spettacolo e che ripetono anche nella loro produzione e nella loro scrittura, come peraltro gli stessi registi e sceneggiatori ammettono, figure stereotipate, gusti omologati, modi ripetuti di costruire una narrazione, affinché lo spettatore possa consumarli rapidamente, quando hanno cento sale ne hanno poche. Normalmente lavorano con una base di duecentocinquanta o trecento sale almeno al momento dell’uscita, se non addirittura ottocento, novecento o mille, come è accaduto per “i soliti idioti” lo scorso novembre.

Sembra banale dirlo ma, ovviamente, nel momento in cui si può contare su questo numero di sale è possibile raggiungere un numero di spettatori molto più alto e produrre gli incassi di cui parlavamo. Se ovviamente invece si dispone al massimo di cinquanta sale come è possibile raggiungere gli stessi risultati? E’ impossibile.
L’incasso finale insomma è quello che determina il successo del film . Ma è evidente che si tratta di una distorsione. E’ come se mettessimo a confronto un fruttivendolo di quartiere ed un supermercato di un grande centro commerciale e dicessimo che quest’ultimo funziona molto meglio perché ha venduto due tonnellate di pomodori mentre il fruttivendolo è riuscito a venderne solo venti chili.
Ovviamente tutti capirebbero che un confronto del genere non avrebbe alcun senso.

Nel mondo del cinema però questo confronto è quello su cui regge il sistema, è lo strato di retorica che copre l’ingiustizia di base che fa funzionare questo sistema e condiziona al tempo stesso i gusti del pubblico. Ora, ma era prevedibile già da tempo, cosa sta succedendo di drammatico? I il pubblico è stufo di vedere sempre gli stessi film per cui riduce il suo consumo di quella minestra che ha sempre lo stesso gusto. Quelle sale, in particolare le multisale che garantivano la base del potere del cinema commerciale, iniziano ad essere in crisi. Ed il cinema commerciale cosa fa? Chiede soldi pubblici rivendicando il ruolo educativo e culturale del cinema. Un po’ come se il centro commerciale che vende tonnellate di pomodori, iniziasse ad avere una flessione nelle vendite perché la gente è stanca di mangiare pomodori che hanno sempre lo stesso gusto piatto e chiedesse allo stato di aiutarlo per vendere più pomodori perché è importante.

Il cinema è un elemento fondamentale dell’educazione di un paese. Ma il cinema è una cosa mentre lo spettacolo commerciale è un’altra. Così come il pomodoro omologato e magari modificato geneticamente del centro commerciale è una cosa mentre quello biologico del fruttivendolo di quartiere è un’altra cosa. Vanno controllati entrambi perché non è per nulla scontato che chi produce in piccolo faccia cose buone, anzi, ma se lo sta facendo con fatica e con il rispetto di alcune norme utili alla nutrizione andrà aiutato e sostenuto a differenza di chi ripete l’errore di omologare il gusto e per questo non ha più persone disposte a consumare il suo prodotto.

Come nel caso del mercato biologico o delle filiere corte si sono create numerose reti resistenza, che poi diventano reti di esistenza e diritto, che hanno reso possibile la sopravvivenza in questo sistema di un cinema di qualità e che rendono ancora possibile oggi diffondere e distribuire i nostri film. Ma non per questo possiamo accettare che queste reti siano l’unica risposta. La risposta va ricercata da altre parti e dovrebbe essere secca nel dire che questo tipo di distribuzione uccide un pezzo di cultura fondamentale di questo paese. Non si tratta di un’esperienza appena nata ma di qualcosa che peraltro ha rappresentato anche per lungo tempo una ricchezza economica di questo paese.

Se non si ottiene questa chiarezza ma invece si continua a dire che che va sostenuta la commedia italiana perchè produce denaro, si continua ad uccidere pezzo per pezzo un elemento fondamentale della nostra cultura e della nostra storia.

Io cito sempre l’esempio di un ragazzino di quattordici anni che ad una proiezione di “Io sono li” ad Udine si è alzato alla fine della visione del film e di fronte a trecento compagni di scuola mi ha voluto ringraziare non tanto per il film in sé, che può piacere o non piacere, ma perchè diceva di non sapere dell’esistenza di questo tipo di cinema, perché da quando aveva nove anni veniva portato al multisala del centro commerciale a vedere ciò che veniva proposto dovendo abituarsi a quel gusto.

A quel ragazzino ed ai compagni che lo hanno applaudito dobbiamo garantire la possibilità di conoscere un altro pezzo della produzione narrativa, culturale, etica ed estetica di questo paese. Se non garantiamo questa possibilità è evidente che loro smetteranno di andare al cinema perché non potranno continuare a divertirsi con qualcosa che si ripete, che è sempre uguale. Prima o poi questa cosa finisce, inevitabilmente.

- [ Ascolta l’audio ]

Ringraziamo Andrea Segre ricordando che il Progetto Melting Pot Europa sostiene il progetto la prima scuola ed invitiamo tutti a produrre iniziative per renderlo possibile.

 
 

Tratto da:
www.meltingpot.org

Links utili:
La prima neve su FB
www.zalab.org
andreasegre.blogspot.it

 
 

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