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La D è muta.

Unchained.

Django, (ma sopratutto unchained)

21Gennaio2013

di Gmdp

Ci sono tanti modi per scrivere di un film. Forse il più inadeguato è partire dalla fabula, dall'intreccio della storia, insomma raccontare un film a chi non lo ha magari ancora visto è opera a rischio di noia inopportuna.
Cosa più utile è segnalarne punti di interesse, tracce per la visione e magari condividere qualche riflessione.
Cominciamo con il suggerirne la visione.

Django (ma il il titolo completo ed opportuno è Django, unchained) è il lavoro di Tarantino sugli Stati Uniti al tempo della schiavitù, o, più efficacemente, su alcuni percorsi di vita che si intrecciano nel Sud degli Stati Uniti negli anni antecedenti l'approvazione del 13.mo emendamento da parte di Lincoln dopo la Guerra civile.

Il film è caratterizzato da due figure che per convergenza di scopo saranno un'associazione temporanea d'imprese; la prima è un medico tedesco che è, più o meno, una partita iva operante nel campo dell'head hunting, la seconda è una schiavo che viene liberato, dopo una scena che a me ha ricordato l'inizio di "Unglorius bastards" -stesso attore, stessa matrice psicologica, medesima teatralità nella costruzione dei dialoghi.

Da questa scena comincia un lungo racconto, divertente, pieno di escamotages narrativi, di citazioni (Django edizione Corbucci annata '66, celebrato con il cameo di Nero, l'esplosione del treno di Giù la testa, il massacro di massa di Romero, le cavalcate del redde rationem di Peckinpah, ancora la musica di Leone in chiusura, ...), ed autocitazioni.

Tarantino sceglie di valorizzare due caratteri unici della cultura americana nel contesto dell'epopea della frontiera, la tensione dei “costruttori della storia” a non mollare mai - c'è sempre una via d'uscita, dipende da te (“never, never give up”) ed il fatto che la conquista della libertà è innanzitutto una scelta soggettiva e singolare di lottare, non un bene acquisito piovuto dal cielo e che ti appartiene perchè hai un colore della pelle od un altro o, diremmo, sei classe deterministicamente data e sociologicamente individuata.

La libertà si conquista, nel film anche a colpi di 22 o di retrocarica, e tra le scelte che ti sono date c'è anche quella di non fuggire da una gabbia spalancata dopo che gli schiavisti sono stati eliminati. Non è vero che tutti gli oppressi seguono il liberatore, ma allo stesso tempo è possibile che le occasioni siano colte. Dipende, appunto.

Analogamente, i buoni ed i cattivi non si possono individuare ex ante la loro scelta di campo: esemplare la figura di Jackson che serve il padrone, ovvero l'ordine costituito del Missisipi schiavista delle piantagioni di cotone a la Candyland, ben oltre la sua morte ("negro contro negro").

Così come i buoni non devono sottostare alla buona educazione che si vuole dei buoni; anzi, nel percorso verso la libertà c'è ampio spazio per i colpi sotto la cinta e per la vendetta ben preparata. D'altro canto i padroni i servi li fanno sbranare dai cani tra le risa dei colleghi di bevuta.
Da confrontare con le lotte congressuali del Lincoln di Spielberg.

 
 

Tratto da:
GlobalProject.info

 
 

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