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Video-intervista a Carlos Dada, vincitore del Politkovskaja 2012

Anna Politkovskaja, ovvero: ogni giornalista che muore, dovrebbe avere il suo mandante.

9Ottobre2012

A volte la storia regala coincidenze alquanto imbarazzanti per chi, seduto sul trono, alla notizia dell’omicidio di una giornalista nell’ascensore del condominio dove abitava, si ritrovi ad arrossire e a sussurrare commosso: “Oh, ragazzi… non dovevate scomodarvi tanto…”. Proprio come se avesse di fronte il vecchio gruppo di amici e un bellissimo regalo di compleanno sul tavolo, ovviamente ancora incartato.

Cento di questi giorni, Mr. President”. Anna Politkovskaja viene uccisa il 7 ottobre, di pomeriggio, con quattro colpi di pistola, in un condominio in pieno centro a Mosca.
Ah, dimenticavo. È anche il genetliaco di Vladimir Putin.
Quel giorno sulla sua torta si spengono 54 candeline, e si spegne anche la vita di una giornalista che molto scrisse della corruzione e delle violazioni dei diritti umani del regime di Ramzan Kadyrov, in Cecenia, sostenuto dal governo russo. Scrisse molto anche sul governo di Vladimir Putin, sui problemi sociali ed economici del paese e sulla gestione del dissenso. Scrisse molto. Forse, troppo.

Perché è “Bella, la libertà di stampa”. Così devono averle detto quei militari russi nel 2001, dopo averla rinchiusa in una buca nel terreno, minacciata di stupro e spaventata con una finta esecuzione. Bella, sì. Quando non c’era, quando in Russia non ci s’impicciava troppo degli affari del governo, non era mai morto nessuno di libertà d’informazione.
Perché non esisteva.

Di conseguenza, gli omicidi che riguardano i giornalisti spesso prendono la forma di quei gialli insoluti in cui tutti i presenti alla festa del morto avevano un buon motivo per sbarazzarsi di lui.
Per questo, infatti, capita anche che gli assassini siano più d’uno, e la vittima venga uccisa due volte.
Sarà per questo, allora, che la morte di Politkovskaja è rimasta senza mandanti. Perché erano troppi.
A che serve, quindi, sapere effettivamente chi è stato.
A chi giova conoscere la verità, se tanto dopo puoi ammazzarla.

Carlos Dada è un giornalista di El Salvador, di origine greco-libanese. Nel 1998 ha fondato El Faro, il primo quotidiano online dell’America Latina, specializzato in giornalismo investigativo. Nel 2011 ha vinto il premio Maria Moors Cabot per il giornalismo. Nel 2012 è stato minacciato per le sue inchieste su una trattativa segreta tra stato e criminalità organizzata nel paese. Ha un blog su El País.

Ha vinto il premio Anna Politkovskaja 2012, riconoscimento giornalistico nato dalla redazione della rivista Internazionale con l’intento di sostenere l’impegno e il coraggio di giovani reporter che nel mondo si sono distinti per le loro inchieste.
Nell’intervista: chi è, cosa fa e perché gli è stato assegnato il Politkovskaja 2012

 
 

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