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Radiohead live report

Arena Parco Nord, Bologna - 25 settembre 2012

26Settembre2012

Sapevo volutamente poco di questo tour, ho accuratamente evitato di leggere o vedere anticipazioni sul live. Un po' come faccio prima di andare a vedere un film. Un grande film. Quello che proveremo a raccontare è una serata passata con la band più importante di questi ultimi quindici anni, a farla stretta, e non sarà cosa facile, che ci trascina in una esperienza sonora e visiva straordinaria. 

Sono passate da pochi minuti le 21 e 30. A Thom Yorke e soci si aggiunge una faccia assolutamente conosciuta, quella di Clive Deamer dei Portishead. Una presenza preziosa perché con Phil Selway costruiscono delle ritmiche a tratti vertiginose, a tratti ipnotiche. Due batterie alle quali si aggiunge talvolta anche Johnny Greenwood, che non contento si misura e cimenta con diversi strumenti non perdendo però mai di vista le macchine. La voce di Thom Yorke viene spesso campionata in diretta e si va a sommare alla sua in diverse circostanze come se la stesse voce si riflettesse su se stessa. Come un gioco di specchi. Che è poi quello che accade attorno ai musicisti sul palco. Si accennava a visioni quasi cinematografiche, in precedenza. E questo è il primo concerto tridimensionale al quale ho assistito. L'ennesima strada nuova che i quattro più uno di Oxford vogliono percorrere. Alle loro spalle una barriera di luci divise in due parti. Una prima fittissima parete luminosa, costruita con materiale riciclato, che poi lasciava spazio a salire a dei tubi di luce che avevo già visto in occasione del loro tour di Hail To The Thief a Ferrara. O per lo meno, l'effetto, mi è sembrato richiamarlo. Dodici schermi ad altissima risoluzione, sospesi sopra i musicisti offrono una visione completa di tutto quanto accade sul palco.

C'è poco spazio per immagini prodotte, se non nulla. Tutto ciò che vediamo accade in quello stesso istante, come se si volesse sottolineare l'importanza della contemporaneità. La voglia di viversi il futuro adesso, senza aspettare o averne timore. I ring che sovrastano il palco orizzontalmente hanno un’altra serie di sei schermi che incorniciano lo spazio dentro il quale tutto accade. La scatola magica; il palcoscenico. Che è da sempre lo specchio per eccellenza. E questa sensazione viene amplificata ovviamente dalla musica, alla quale tra un attimo torniamo, ma anche da questo continuo alternare l'opaco con il lucido, una visione a fuoco con una sfuocata. Come se si stesse guardando da un obiettivo di una telecamera. O di una macchina fotografica. O di uno smartphone che ha ormai assunto un ruolo da protagonista anche nei concerti, e non sempre è un bene..

Concerto Radiohead - Bologna - Arena Parco Nord

Partono sparati i nostri, con Lotus Flower e Bloom da The King of Limbs. E' subito un tripudio. L'Arena Parco Nord è completamente gremita. Più di ventimila persona c'erano di sicuro. Il suono esce pulitissimo ma non ci metto la mano sul fuoco che dalla collina tutti sentissero benissimo. Me lo sono domandato più volte. Ogni canzone riserva una sorpresa, una soluzione diversa per quanto riguarda lo spettacolo di luci e proiezioni. Questo impedisce che due brani siano eseguiti immediatamente di seguito, ma i tempi sono ristrettissimi che quasi non si percepisce neppure la pausa. E' evidente la predilezione nella scelta dei pezzi della parte di repertorio più recente, o per lo meno dal momento che hanno segnato una netta linea di demarcazione tra loro e il più classico brit pop-rock. Ci sono è vero episodi come Paranoid Android (strepitosa esecuzione nonostante un problema con il microfonico e interruzione forzata) o Lucky, da Ok Computer . Pezzi che lasciavano già allora la sensazione che la strada da percorrere fosse in qualche modo segnata.

E' difficile dire quale momento sia stato migliore di un altro. Certo, Pyramid Song con Johnny Greenwood che in perfetto stile Sigur Ros suona la chitarra con l'archetto del violino rimarrà nel cuore. Mi fece lo stesso effetto all'Arena di Verona l'anno di Kid A. Una canzone davvero magica dal vivo. I Radiohead li ho visti esibirsi in diverse occasioni. Non hanno mai tradito le attese. Ma non si sono neppure mai fermati. E questo che li rende speciali. Non sai cosa andrai a vedere, ma sai che sarà speciale. E' dal novantasette che mi accade, perché oggi dovrebbe essere diverso?
E' tutto elegantissimo, concedetemi il termine. Nulla è mai fuori posto. C'è anche, ben visibile, una eccezionale ricerca estetica mai fine a se stessa. Al contrario. Di poche parole, Thom Yorke ringrazia come è sempre stato nel suo stile, il pubblico. Senza troppi proclami, ma spiaccicando anche qualche parola in italiano. Splendide le esecuzioni di Feral e Little by Little, anche queste dall'ultimo lavoro. Il pubblico è tutto per loro, evidentemente.

Forse l'unica nota stonata è Myxomatosis, ma confesso la versione in studio di Hail to the Thief non mi ha mai convinto. Presentato anche l'inedito Daily Mail.
Gran finale con Reckoner e Everything in it's right place, che si apre con Thom Yorke che al pianoforte (!!!) esegue le prime strofe di True Love Waits, nata come una ballata acustica e oggi trasformata da diventare l'incipit di un brano come questo che va a chiudere in un crescendo di suoni, luci e immagini. Non poteva che finire così. Da stropicciarsi gli occhi, le orecchie e il cuore.

Ultima notazione. Hanno aperto la serata Caribou con un set davvero fantastico per un gruppo spalla. Coinvolgenti al massimo quando suonano, meno quando cantano, i canadesi si ispirano evidentemente ad atmosfere sperimentali degli anni Novanta, quando anche in Italia in certi locali come il Vostok, Le Plaisir o il Movida i dj (Dionigi, Morrison, Noferini..) cominciavano a proporre un sound e un modo di vedere diverso per allora assolutamente nuovo. Non c'erano solo le droghe sintetiche, ma anche tanta musica e dj di qualità che oggi magari senza neppure saperlo troviamo nei dischi che ascoltiamo.

 
 

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