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ReadBabyRead #88 del 30 agosto 2012


Thomas Stearns Eliot: "La terra desolata"

30Agosto2012


Thomas Stearns Eliot
La terra desolata


per info su Franco Ventimiglia e Claudio Tesser:



www.letturaealtricrimini.it



Legge: Franco Ventimiglia



La terra desolata


"Che genere di poesia è mai questa" si chiedeva Montale e si chiederà ogni lettore non ancora iniziato alla lettura. T.S. Eliot, erede dell’alta tradizione poetica europea, è l’anello di quella catena di poeti situati tra il Poe ed il Coleridge fino agli ultimi poeti francesi post-surrealisti: un lirico essenziale che scrive in dieci parole quello che i poeti romantici non avrebbero scritto in cento.

Nel ‘900 la lirica ha preso coscienza in modo rigoroso della sua natura, rifiutandosi di essere esornativa esplicativa e didascalica. D’altronde Eliot non era un poeta puro come lo è stato un Mallarmé o gli ultimi poeti post-surrealisti, la sua poesia non elimina alcun tipo di razionalismo.

Come Hopkins e altri grandi poeti moderni passati attraverso Baudelaire, Eliot è un musicista del suo verso, un nuovo Pound dell’architettura poetica, e l’atto d’ispirazione non nasce da uno stato di “dormiveglia”, ma è un percorso destinato a intellettualizzare: non rifiuta il suo pensiero, non “dorme” per scrivere, ma costantemente lucido dopo lunghe meditazioni. Non è il poeta dell’illuminazione, ne della pausa, ma del continuo e frenetico lavoro.

In un certo senso Eliot è fin troppo razionale, catalogatore a suo modo: il poema che gli ha dato celebrità assoluta, La terra desolata, è fitto di citazioni incasellati con pedante mestiere, trapianti letterari che vanno dalla Bibbia a Shakespeare, dal Rgveda alle leggende arturiane, da Dante a Wagner.

Eliot dichiarò di essere particolarmente debitore all’opera dell’ antropologa Weston, From ritual to romance, come anche alla monumentale opera di etnologia del Frazer, Il ramo d’oro. Le vicende e i simboli del Graal affondano le loro radici in riti pagani. Infatti nell’opera ci sono varie allusioni ai riti delle religioni orientali diffusi nell’Impero Romano dai mercanti della Siria. Anche il “Re Pescatore”, questa figura cristologica la cui morte e resurrezione risalgono ai miti e ai riti della fecondità della terra, ai quali si possono ricondurre nella maggior parte tutti i simboli riferenti al Graal nel poema.

Edificato su piani intersecanti, il poema ebbe lunga gestazione e solo nel 1922, dopo variazioni e correzioni, e grazie anche ai consigli di Ezra Pound a cui fu dedicato – a Ezra Pound, il miglior fabbro – Eliot lo pubblicò in proprio. Dalla tradizione letteraria al mito, dalla storia all’epica, dalla religione all’antropologia culturale, tutto è confluito in un’opera morale che attinge alle filosofie orientali e ai testi sacri, ai profeti biblici, all’Ecclesiaste, Sant’Agostino, agli Apostoli, all’Apocalisse: un’allegoria dello spirito smarrito in una emblematica città europea, Londra agli inizi del XX secolo: essiccata “città irreale” e sporca, il cui fiume trasporta miasmi e relitti, uomini come ectoplasmi emersi dalle nebbie del fiume, spinti da una sorda fame carnale e osservati dal veggente cieco Tiresia. E’ l’incontro tra una regina e il suo amante, il ricordo d’una battaglia punica a Milazzo, la pietà per Fleba il fenicio annegato, la metamorfosi di Filemone, la presenza d’una Madame Sosostris lettrice di Tarocchi e del mercante Eugenides che ha “le tasche piene di uva passa”. Dante e Ovidio ci accompagnano in un viaggio intorno all’anima, trasmigrata in altre forme per raccontarci del desiderio ottuso e brutale che impedisce la piena rinascenza delle stagioni quando la terra e le radici sono aride.

Del poeta latino Publio Ovidio Nasone Eliot si professa debitore. Commentando egli stesso i versi 99 e seguenti di Una partita a scacchi – nella seconda parte del poema: “Ovidio, VI. Metamorfosi. Filemone e Bauci”, riferendosi al mito di Filomela, violentata dal cognato Tereo, che le mozzò la lingua perché non potesse raccontare della violenza subita, e della vendetta di lei che gli fece mangiare le carni del figlioletto, per trasformare infine il suo dolore in dolcissimo canto di usignolo.

Ne Il sermone del fuoco appare il Tamigi, le foglie che “s’afferrano e affondano dentro la riva umida”: è una visione tardo-autunnale del fiume presso il quale la leggenda del Graal pone la sede del Re Pescatore, Cristo, con innesti e relazioni tra mito e letteratura. Tiresia è l’indovino in cui i due sessi si riassumono, colui al quale Giove e Giunone pongono il quesito se sia la donna o l’uomo a provare più piacere nella copula. Arbitro della controversia in quanto uomo/donna, Tiresia dà ragione a Giove e viene da Giunone condannato alla completa cecità, a compenso della quale riceve il dono di “vedere” il futuro. Ciò che l’indovino vede è l’eros universale scomposto, disarmonico e da ricomporre, estrapolando dal caos l’insieme di simboli di quest’opera mimetica e sublime il cui autore è l’esploratore che invita alla lettura e alla scoperta della complessità. Dice Tiresia:

"Io, Tiresia, benché cieco, pulsando tra due vite, / vecchio con avvizzite mammelle di donna, posso vedere / nell’ora violetta, nell’ora della sera che contende / il ritorno, e il navigante dal mare riconduce al porto, / la dattilografa a casa all’ora del tè, mentre sparecchia la / colazione, accende / la stufa, mette a posto barattoli di cibo conservato. >> (…) << osservai la scena, e ne predissi il resto – / (…) / Ed ecco arriva il giovanotto foruncoloso, / impiegato d’una piccola agenzia di locazione, (…) / uno di bassa estrazione a cui la sicurezza / s’ addice come un cilindro a un cafone arricchito. / (…) / Lui cerca d’impegnarla alle carezze / che non sono respinte /(…) / Eccitato e deciso, (….) / le sue mani non trovano difesa; / la sua vanità non pretende che vi sia un’intesa".

Tiresia, il doppio sessuale, sintetizza il grado di soddisfazione dell’una e dell’altro. I versi finali immettono alla visione di Cartagine bruciante, e introducono la figura del marinaio Fleba in Morte per acqua, nell’alternanza tra i due elementi simbolo: l’acqua che designa l’anima, la condizione dell’umido, il fuoco lo spirito, l’aria secca:

"Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni, / dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare, / e il profitto e la perdita. / Una corrente sottomarina / gli spolpò l’ossa in mormorii. Come affiorava e affondava / passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza / procedendo nel vortice. Gentile o Giudeo / o tu che volgi la ruota e guardi sopravvento, / considera Fleba, che un tempo fu bello, e alto come te".

E in Ciò che disse il tuono passione e resurrezione:

"Dopo la luce rossa delle torce su volti sudati / dopo il silenzio gelido nei giardini / Dopo l’angoscia (…) / le grida e i pianti / la prigione e il palazzo e il suono riecheggiato / del tuono (…) / colui che era vivo ora è morto / noi che eravamo vivi ora stiamo morendo / con un po’ di pazienza".

Versi che si riferiscono alla cattura di Gesù nel Getsemani e all’incontro in Emmaus tra il risorto e due discepoli. E viene introdotto il simbolo della roccia, la pietra, termine con il quale si designa il Cristo, ovvero “pietra d’angolo” neo-testamentaria:

"Qui non c’è acqua ma soltanto roccia / roccia e non acqua e la strada di sabbia / (…) lassù fra le montagne / che sono montagne di roccia senz’acqua / se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere / (…) / Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia / vi fosse almeno acqua fra la roccia / bocca morta dio montagna dai denti cariati che non può sputare."

 Tutto il poema è immerso in una luce livida, violacea. La nebbia è un elemento offuscante, Tiresia è lo spettatore che lega tra loro gli avvenimenti; il poeta è Tiresia, occhio cieco/chiaroveggente, apocalittico.

“Edificio di bassa epoca deliberatamente eretto sull’Ultima Thule del pensiero europeo, proprio al limite della desolazione incombente che minacciava di travolgere ogni traccia di una cultura secolare” (Mario Praz), La terra desolata è pietra angolare di tutta la poesia del ‘900.


Thomas Stearns Eliot nasce a St. Louìs (Missouri) nel 1888. Nel 1914 si trasferisce in Francia per studio e quindi in Inghilterra dove poi risiederà stabilmente, lavorando per qualche tempo come impiegato di banca. Conosce Ezra Pound, che esercita un notevole influsso, anche come consigliere, nella sua elaborazione poetica: grazie a Pound pubblica nel 1917 Prufrock e altre osservazioni. In seguito pubblica Poesie (1920), La Terra desolata (1922), Gli uomini vuoti (1925). Comincia anche una produzione di saggistica letteraria di notevolissima importanza. Nel 1927 si converte al cristianesimo (di confessione anglicana) e ottiene la cittadinanza inglese. Lavora come dirigente di una casa editrice londinese.
Pubblica quindi, fra l'altro, il poemetto Mercoledì delle ceneri (1927-1930) e il dramma Assassinio nella cattedrale (1935). Del 1943 sono le meditazioni in forma di poemetto dei Quattro quartetti. Nel 1948 ottiene il Premio Nobel per la letteratura. Muore a Londra nel 1965.

Giuseppe Salzano



T.S. Eliot

da The Wasteland

I. The Burial of the Dead

April is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.
Summer surprised us, coming over the Starnbergersee
With a shower of rain; we stopped in the colonnade,
And went on in sunlight, into the Hofgarten,
And drank coffee, and talked for an hour.
Bin gar keine Russin, stamm' aus Litauen, echt deutsch.
And when we were children, staying at the arch-duke's,
My cousin's, he took me out on a sled,
And I was frightened. He said, Marie,
Marie, hold on tight. And down we went.
In the mountains, there you feel free.
I read, much of the night, and go south in the winter.

What are the roots that clutch, what branches grow
Out of this stony rubbish? Son of man,
You cannot say, or guess, for you know only
A heap of broken images, where the sun beats,
And the dead tree gives no shelter, the cricket no relief,
And the dry stone no sound of water. Only
There is shadow under this red rock,
(Come in under the shadow of this red rock),
And I will show you something different from either
Your shadow at morning striding behind you
Or your shadow at evening rising to meet you;
I will show you fear in a handful of dust.

Frish weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?

‘You gave me hyacinths first a year ago;
‘They called me the hyacinth girl.’
—Yet when we came back, late, from the hyacinth garden,
Your arms full and your hair wet, I could not
Speak, and my eyes failed, I was neither
Living nor dead, and I knew nothing,
Looking into the heart of light, the silence.
Oed'und leer das Meer.

Madame Sosostris, famous clairvoyante,
Had a bad cold, nevertheless
Is known to be the wisest woman in Europe,
With a wicked pack of cards. Here, said she,
Is your card, the drowned Phoenician Sailor,
(Those are pearls that were his eyes. Look!)
Here is Belladonna, the Lady of the Rocks,
The lady of situations.
Here is the man with three staves, and here the Wheel,
And here is the one-eyed merchant, and this card,
Which is blank, is something he carries on his back,
Which I am forbidden to see. I do not find
The Hanged Man. Fear death by water.
I see crowds of people, walking round in a ring.
Thank you. If you see dear Mrs. Equitone,
Tell her I bring the horoscope myself:
One must be so careful these days.

Unreal City,
Under the brown fog of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sighs, short and infrequent, were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet.
Flowed up the hill and down King William Street,
To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
With a dead sound on the final stroke of nine.
There I saw one I knew, and stopped him, crying: ‘Stetson!
‘You who were with me in the ships at Mylae!
‘That corpse you planted last year in your garden,
‘Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
‘Or has the sudden frost disturbed its bed?
‘O keep the Dog far hence, that's friend to men,
‘Or with his nails he'll dig it up again!
‘You! hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!’



Le Musiche, scelte da Claudio Tesser

Brad Mehldau, Elegiac Cycle (Brad Mehladau)

 
 

Logo di articolo:
una foto di Thomas Stearns Eliot

 
 

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