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Ivano Fossati live report

Gran Teatro GEOX, Padova (PD) - 18 Febbraio 2012

20Febbraio2012

La volta scorsa, a Venezia, in fondo non ci ho neppure pensato troppo, ma questa volta è stato inevitabile.
E’ l’ultimo tour, per Ivano Fossati, e lui sembra quasi compiacersene. E’ visibilmente sereno, oserei dire felice di questa decisione. L’ha spiegata più volte, ed è inutile tornarci su. Una scelta va solo rispettata, anche se fare a meno di serate e momenti come questi non sarà facile per molti dei presenti. Salutare un amico, un compagno di viaggio, non può mai essere indolore. Ma c’era un’atmosfera talmente leggera che non sembrava affatto si fosse lì per un commiato.

C’era invece un’energia dalla quale non ci si poteva esimere dal sentirsi coinvolti. Il Geox pieno in ogni ordine di posti, tutti a sedere. Circa duemila e trecento persone che non fanno mancare il loro apporto e supporto.
Qui mi permetto di aprire una parentesi che spero non sia presa come una questione campanilistica. Il pubblico, a Padova, è davvero eccezionale. Sa ascoltare, sa fare sentire il calore all’artista, sa essere partecipe. Ma sa anche non essere invadente e sa aspettare.

Per un artista sicuramente non è poco. E ci è assolutamente sembrato apprezzare l’atmosfera.

Bisogna dire che anche prima del live, dietro le quinte si respirava un clima molto rilassato. Facendo quattro chiacchiere con quelli dello staff, ho scoperto che la data di Venezia è stata una di quelle più faticose di tutto il tour, con i disagi e le difficoltà dovute al trasporto del materiale via canale per poi farlo passare tra le strettissime calli che portano da Rialto al Teatro Malibran. Oggi c’è invece quella rilassatezza che garantisce un’ottima riuscita del live stesso. Al Malibran qualche difficoltà c’era stata, anche sotto il punto di vista acustico, qui invece tutto è filato liscio. La scaletta leggermente modificata, con un Fossati ancora più a suo agio e rilassato.

Attacca veemente con “Viaggiatori d’Occidente”, dopo un breve recitato che da il via allo spettacolo. Seguono altri classici degli anni settanta, come “Ventilazione”, eseguita in una chiave così rock da creare un muro di suono da fare invidia a qualsiasi band. Uno dei primi momenti memorabili di questa serata. Poi via via qualche canzone nuova alternata a cose meno recenti.
Stella benigna” è anticipata da una sua precisa presentazione. Ci tiene a questo brano, nato da una notizia che lesse anni fa su un quotidiano francese. Racconta le vicissitudini di una giovanissima donna irachena durante il regime di Saddam Hussein.
Ma a mio parere il momento più magico si ha con “Carte da decifare”, un’esecuzione fantastica e essenziale, accompagnato dal solo Riccardo Galardini. La chitarra e la sua voce. Uno dei momenti più intensi della serata. Applauditissimo.

La band che lo accompagna è divisa nettamente in due: una parte più rock, e una più classica, più colta. Alcuni sono compagni di lunga data, come Pietro Cantarelli (produzione artistica e arrangiamenti, pianoforte, tastiere, Hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce) e il figlio, Claudio Fossati  (batteria e percussioni).  Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola), Fabrizio Barale (chitarre elettriche e acustiche, voce), Max Gelsi (basso elettrico e acustico) e Martina Marchiori (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere, percussioni) rappresentano, ognuno per un diverso motivo, un aspetto della carriera del cantautore genovese, che è forse il più completo artista che abbiamo in Italia, perché sa essere autore, esecutore, produttore, musicista, interprete. Non sono molte le figure come lui, in questo senso. Ha ancora senso citare tutti gli artisti che hanno con lui collaborato o che hanno interpretato le sue canzoni?

Il primo tempo termina con “Cara Democrazia”, mentre il secondo si apre con l’attualissima “La crisi”, che però è un brano del 1979. Ma è tragicamente attuale, bisogna dirlo. Perché poi è il tempo che ci da l’idea del valore di qualsiasi opera. La prova più importante, più decisiva.

Quando si siede al piano e partono le note de “La costruzione di un amore” c’è un silenzio ipnotico che sfocia poi in un grande applauso. All’inizio del tour questo brano era posto alla fine, poi qualcosa è cambiato. Perché lui spiega come questa possa essere una canzone solo per chi ha vent’anni, perché vivere un amore/dolore così quando si è più grandi vuole dire che qualcosa non va. Lo dice ridendo, ma ci sembra convinto. Invece la canzone che chiude lo spettacolo è “Il bacio sulla bocca”, che come dice lo stesso autore, racconta di un amore adulto che nonostante si sappia che porterà dolore, si vuole vivere lo stesso. Anche se questo comporterà, ogni volta che ci si incontrerà, e succederà, sofferenza. Lo dice ridendo, ma si capisce che intende bene di cosa si tratta.

Gran finale con lui al flauto. Al Malibran non si era ben capito cosa stesse eseguendo, e ci era quasi sembrato un semplice divertissement. Invece è l’esecuzione di un vecchissimo brano, “Dolce acqua”, con il quale si conclude questa serata. Quando dopo una mezz’ora dalla fine l’ho intravisto ringraziare le persone che lo volevano salutare, non ho pensato che ci mancherà. Io non credo. Credo invece che un uomo che ha ancora la forza di volersi misurare con cose nuove e esplorare nuove parti di se, senza per forza restare legato a ciò che si è stati, è un uomo fortunato.
E un uomo fortunato bisogna solo lasciarlo andare.

 
 

La scaletta del concerto:

Viaggiatori d’Occidente
Ventilazione
La decadenza
Quello che manca al mondo
Stella benigna
Settembre
Lindbergh
Mio fratello che guardi il mondo
L’amore fa
Ho sognato una strada
Cara democrazia
La crisi
L’amore trasparente
L’orologio americano
Carte da decifrare
La musica che gira intorno
Tutto questo futuro
C’è tempo
E di nuovo cambio casa
Di tanto amore
I treni a vapore
Chi guarda Genova
La pianta del té
La costruzione di un amore
Una notte in Italia
Il bacio sulla bocca
Dolce acqua

 
 

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