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La cultura come bene comune. Intervista a Ugo Mattei

A cura di Amedeo Policante per Finzioni, progetto di letteratura creativa

4Gennaio2012

Ugo Mattei ha prima studiato e poi insegnato diritto civile e internazionale sulle due sponde dell'Atlantico – Londra, Strasburgo, Yale, Bekeley, Oslo, Cambridge ecc.
Oggi è professore di diritto internazionale a San Francisco e di diritto civile a Torino. Recentemente è stato una delle anime pensanti del movimento per il referendum sull'acqua come bene comune – ne parlammo qui – a cui ha contribuito partecipando alla scrittura dei quesiti, ma soprattutto con un'opera di sensibilizzazione capillare che l'ha portato a parlare nelle piazze e nei comuni di mezza Italia. Un intellettuale nomade. In corrispondenza con l'uscita del suo ultimo libro, breve ma straordinariamente inventivo, Beni comuni. Un manifesto (Laterza, 2011) siamo finalmente riusciti a fare una chiacchierata con lui sulle prospettive che si aprono per il mondo della cultura e della letteratura, alle soglie di una crisi che è tanto economica e sociale, quanto politica e culturale.
Ne emerge l'orizzonte di una possibile trasformazione del mondo della cultura, lontano dalla solitudine borghese del Robinson Crusoe e nella direzione di un proliferare di laboratori culturali collettivi come Luther Blissett, ieri, e il Teatro Valle Occupato oggi…

* * *

1. Ciao Ugo! Andiamo subito al sodo: Nel tuo libro parli di due paradigmi fondamentali che oggi si danno battaglia per interpretare e narrare il reale: da una parte una visione individualista, competitiva e darwiniana dei processi naturali e sociali, dall’altra una visione ecologica e comunitaria del mondo. Naturalmente la trasformazione nei modi in cui comprendiamo la cultura è parte fondamentale di questa battaglia. Ivan Illich in un bel saggio – Shadow Work – parla della necessità di riscoprire la cultura come bene comune e la lettura come attività sociale. Simile a quello che abbiamo provato a pensare anche tra di noi con il Libretto Rosa. Oggi sempre di più si parla al contrario di mercato della cultura, di produzione e consumo di cultura e quindi di produttori di cultura (l’Intellettuale) e consumatori di cultura (il lettore) ecc. Da persona che vive – come professore e scrittore ma anche come studente e lettore – profondamente l’ambito culturale che evoluzione hai visto negli ultimi trent’anni e che possibilità vedi per il futuro?

Negli ultimi trent’anni, cioè l’intero periodo che ho trascorso all’università (mi sono iscritto a Giurispridenza nel ’79), la trasformazione più evidente cui ho assistito è stato il progressivo affermarsi di uno “star system” culturale. Gli intellettuali più noti si sono progressivamente distaccati dall’impegno politico e sociale diventando vieppiù imprenditori di se stessi. Ciò un tempo era vero nel cinema ma assai meno nella letteratura e soprattutto nella saggistica. La cultura si è così progressivamente gerarchizzata costituendosi come un mercato sempre più oligarchico. Quanti hanno accesso ai grandi media definiscono l’ordine del giorno e tutti gli altri sono oggi semplici comprimari il cui ruolo collettivo è l’amplificazione di ciò che dicono e propongono i leaders del mercato librario. Ciò naturalmente impoverisce il dibattito e marginalizza sempre più visibilmente il pensiero critico ed alternativo. Debord diceva essere altrettanto volgare essere un’autorità dello spettacolo quanto essere un’autorità nella critica dello spettacolo. Ecco, il pensiero unico, che domina dai primi anni novanta, ha “integrato” quasi completamente lo spettacolo e anche la critica ne è divenuta parte. La cultura come bene comune si propone di ovviare a questo impoverimento, valorizzando il “general intellect” e rifiutando la personalizzazione tipica dello star system. Il futuro dipenderà molto dall’esito dello scontro, anche nel mondo della cultura, fra i due modelli che ho discusso nel libro. Ci sono oggi esperienze che fanno ben sperare, come il Teatro Valle occupato o i molti episodi di insorgenza culturale che, partendo dal ruolo cruciale delle cultura nel capitalismo cognitivo, rivendicano nuovi campi di un comune culturale.

2. Pensi che l’Università possa essere trasformata in senso comune ed orizzontale, oppure è destinata a riprodurre – per la sua stessa struttura e vocazione – una concezione di cultura verticale in cui la cultura viene ridotta ad un bene da tramandare, al massimo da produrre e non come una relazione sociale tra persone? Quali sono i luoghi di cultura che oggi, nella tua esperienza, più si avvicinano all’idea che tu hai di cultura come bene comune?

L’università ha subito, negli ultimi vent’anni, un processo di aziendalizzazione molto preoccupante sostenuta dal pensiero unico. Non c’è nulla di necessario in tutto ciò. Si tratta dell’esiti del piegarsi dell’intellettualità alla visione del mondo dominate, una visione efficientistica che credo sia possibile smantellare. In molti atenei italiani sono in corso esperienze di autogestione ed autoformazione che vanno nella dimensione di una cultura bene comune, intesa come scambio orizzontale ed autoformazione. Fra gli esempi più interessanti, oltre allo stesso Teatro Valle Bene Comune e alle diverse esperienze del precariato dello spettaclo e dell’università (si pensi alla rete 29 aprile) mi piace qui citare il laboratorio Verlan a Roma3 che proprio sul sapere come bene comune ha pubblicato recentemente un libro molto importante, esito di una lunga stagione di seminari autogestiti.

3. Parlando di cultura e di letteratura, una domanda difficile: nel tuo libro indichi nel mito del Robinson Crusoe l’esempio letterario della finzione individualistica tipica della tradizione liberale (e se ben ricordo già il vecchio Marx si beffava delle teorie economiche del liberalismo classico chiamandole “robinsonate”). Riesci a pensare un’opera di letteratura che esemplifichi il concetto di natura e di società incarnato nel discorso del comune?

Gran parte della letteratura sudamericana mette al centro una visione del mondo figlia di un contesto del tutto estraneo alle robinsonate. Pensa a Cent’anni di solitudine o alla Casa degli spiriti. Poi c’è Wu Ming che è un esempio di scuola di bene comune letterario.

4. Rimanendo su questa metafora letteraria dell’isola deserta… mi viene in mente che l’ultima volta che qualcuno ci ha messo una mandria di ragazzini – Il Signore delle Mosche, di quell’arci-liberale di William Golding – andò anche peggio: ne venne fuori una strage con il protagonista salvato all’ultimo dall’intervento provvidenziale della marina britannica. Sembra quasi una post-fazione letteraria al tristemente famoso saggio di Harding – The tragedy of the commons. Sembrerebbe infatti che senza lo stato e il mercato possano venire fuori solamente dei gran disastri, il che rafforza la legittimità quella tenaglia totalizzante che cerca di ridurre tutto lo spazio sociale e naturale nella sfera governata dal mercato, o in quella governata dallo stato. Insomma stato e mercato sono i due meccanismi sociali dominanti, la letteratura apocalittica liberale sembra suggerirci che senza di essi si cade immediatamente nella lotta hobbesiana di tutti contro tutti. Ma quali altri meccanismi sociali possono essere messi in gioco? Insomma tu come organizzeresti la convivenza sull’isola deserta?

Il comune è proprio la risposta alla visione paranoica hobbesiana. Il piacere di condividere fisicamente spazi ed ideali non può essere in alcun modo sottovalutato come motore di trasformazioni virtuose nella convivenza. Bisogna esasperare ed estremizzare la pratica democratica. La mia isola sarebbe una specie di assemblea permanente in cui tutti insieme affrontano e dibattono i problemi mettendo al lavoro più intelligenze e diffondendo perciò il potere tramite la contestazione anche fisica delle dinamiche che lo producono. Il deserto infatti non esiste, è solo una metafora della modernità (la tabula rasa di Hume) né su un isola né altrove, perché il comune non è un oggetto esterno dominabile. Esso è un aggregato dialettico di interpretazioni di un dato contesto. Dove ci sono due persone non c’è deserto perché esse, vivendolo, lo rendono vivo.

5. E per finire consigliaci cinque libri – saggi ma magari anche della narrativa – per capire come ripensare la cultura come bene comune!
Il libro del laboratorio Verlan, Dire, fare, pensare il presente; il mio libro; Paolo Cacciari, La società dei beni comuni (ci sono alcune pagine di Lombardi Vallauri davvero speciali); La resistenza dei vinti di Giordano Sivini; Fontamara di Silone; Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e poi direi sicuramente lo Statuto del Teatro Valle Bene Comune!

 
 

Tratto da:
www.finzionimagazine.it

 
 
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